venerdì 30 marzo 2012

PILLOLE, PARTE XIX

Il CERN di Ginevra, dopo la figuraccia dello scorso Settembre legata al presunto superamento della teoria della relatività di Einstein, smentito con imbarazzo in Febbraio, ha finalmente trovato qualcosa in grado di superare in velocità la luce: la rassegna delle dimissioni del fisico di nazionalità italiana Antonio Ereditato a capo del progetto.


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giovedì 29 marzo 2012

PILLOLE, PARTE XVIII

Ora Emilio Fede combatterà assieme alla Sinistra per difendere l'art. 18.

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lunedì 26 marzo 2012

STATUS QUO ANTE

E' emblematico il fatto che Monti abbia voluto smantellare l'art. 18, e quel poco di equità sociale che ancora simboleggiava, prima di correre, cappello in mano, nell'estremo Oriente, laddove le economie, è vero, crescono a ritmo serrato, ma i diritti faticano a stare al passo coi tempi e con il progresso.
Alla luce di questo viaggio tutto prende forma: le tessere del puzzle si incastrano tra loro ed il mosaico si completa: quest'ennesimo sacrificio lacrime e sangue non "ce lo chiede l'Europa", e tantomeno non "ce lo chiedono i mercati". Sono imposizioni dettate dalla Cina
D'accordo: il viaggio toccherà anche il Karzakistan, ma per stringere accordi sull'approvigionamento energetico -specie in vista del rinnovo dei contratti con la Libia liberata che potrebbe vedere unici beneficiari francesi e inglesi-, ed il premiato duo Monti-Napolitano farà anche scalo a Tokyo, ma è difficile credere che una economia fortemente in crisi come quella nipponica abbia ora interesse ad investire fuori casa.
Dunque, inutile nasconderci dietro ad un dito: abbiamo smantellato con inusitata rapidità un pezzo della nostra identità culturale (perché l'art. 18 era anche quello) per metterci proni alla volontà degli investitori cinesi.
La culla del diritto, di colpo, ha deciso di ingranare la retromarcia e cancellare i risultati ottenuti in decenni di lotte sociali ed evoluzioni giurisprudenziali, così da trasformarci nella Cina della situazione.
Vista in quest'ottica, il piano Monti non è poi tanto differente da quello di Marchionne, che delocalizza la produzione della Fiat in Serbia, in India ed in altri stati in cui la forza di lavoro costa meno e nessuno si sogna di pretendere anche i diritti più elementari.
Ciò rappresenta una sconfitta indelebile dalle impensabili ripercussioni non solo per l'Italia, per il diritto, ma anche e soprattutto per lo stato sociale. Dovevamo esser noi, semmai, in qualità di nazione più evoluta (almeno nella tutela di certi diritti), ad esportare i nostri risultati ottenuti con estrema difficoltà in posti nei quali i più poveri faticano a conquistarli da soli, invece di cancellarli con un colpo di spugna, per parificarci con i Paesi emergenti, in nome della competitività. Un simile concetto può essere espresso da Marchionne, che è un imprenditore -ed in quanto tale legittimato a fare i propri interessi-, ma non è accettabile da Monti, che al momento non è più professore di economia, ma Capo di Governo.
Le istituzioni che Monti rappresenta debbono tutelarci dalla sperequazione sociale anche a costo di porre in essere manovre antieconomiche. E' per questo che gli Stati sono Stati e non S.p.A. quotate in borsa. E' per questo che la madre di tutti i nostri mali sta nell'aver dato possibilità ai Governi di emettere obbligazioni statali che parificassero una istituzione ad una società privata, aprendo così la strada a sciacalli, spread, speculatori e fallimenti un tempo impensabili.
Lo Stato però non può permettersi di pensare secondo le regole del mercato. Non può obbedire alle imposizioni degli investitori, usando come moneta di scambio i diritti sociali.
Faccio qualche esempio, comunque di attualità, che può essere utile a capire perché Stato e Mercato debbano continuare a procedere su binari paralleli: la discussione, annosa e ciclica, se sia bene o meno privatizzare la RAI. La RAI è un bene che deve rimanere pubblico perché, in quanto tale, svolge servizio pubblico, ovvero di tutti. Non rispondendo a regole di mercato, può permettersi di mandare in onda trasmissioni di nicchia che altre emittenti private non acquisterebbero mai, certe di non aver alcun ritorno economico.
La stessa cosa può dirsi di Trenitalia: deve rimanere pubblica perché, se fosse privatizzata, scomparirebbero le tratte in perdita, magari le linee periferiche o quelle che collegano comuni di 30-40 abitanti che fin'ora sono stati serviti solo perché il sistema dei trasporti era "servizio pubblico" e, quindi, diritto di tutti.
E' così per gli acquedotti, la sanità, la rete stradale e tutti gli altri servizi oggi gestiti, naturalmente in perdita, dallo Stato.
Certe cose, dunque, non possono rispondere alla volontà del capitalismo: i diritti, soprattutto, non possono diventare suscettibili di valutazione economica e venir sacrificati in nome di principi quali la competitività, l'efficienza e l'ottimizzazione, che sono propri delle imprese ma non degli Stati. Di questo passo perderemmo la mutua, l'istruzione gratuita, la cassaintegrazione, le case popolari e l'accesso alle molteplici esenzioni per i ceti più poveri. Titoli di spesa che un imprenditore privato non potrebbe mai capire e non vorrebbe mai accettare.
Se oggi il capitalismo, con le sue regole spietate, oligopoliche, schizofreniche ed imperscrutabili, è stato un modello comunque sostenibile almeno per i Paesi ricchi, lo dobbiamo alle tante tutele offerte dallo Stato. Tutele che hanno posto rimedio ai molteplici errori di un modello economico destinato al fallimento dandoci un sostegno così comodo ed utile da risultare non solo indispensabile, ma addirittura invisibile, e infatti pian piano abbiamo iniziato a darlo per scontato.
Ma tutti questi "paracadute" (la cassaintegrazione se si perde il lavoro, la scuola gratuita che permette a tutti di raggiungere un elevato livello di istruzione, la sanità pubblica che ci evita l'apertura di un mutuo in caso di malattia), non ci sono sempre stati e nulla ci garantisce che un domani possano esserci ancora. Sono diritti che sono stati ottenuti lottando -dunque non una graziosa concessione del sovrano di turno- e che dovrebbero essere tenuti stretti con le unghie e con i denti. Anche lottando, se si palesasse il rischio di perderli...

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giovedì 22 marzo 2012

LEGGENDO I METROPOLITANI

Oggi, sull'autobus, seduto di fronte a me c'era un signore sulla sessantina molto distinto: abiti eleganti, modi raffinati, pettinatura impeccabile. Giusto un filo di barba incolta rovinava il quadro.
Tutto nel suo aspetto, dalla montatura degli occhiali agli abiti, dalle scarpe al taglio dei capelli, rimandava ad epoche lontane. Sembrava uscito dagli anni '50-'60, scappato forse via da qualche pellicola di Gassman o di Tognazzi.
Se non avesse avuto un vivace completo color carta da zucchero mi sarebbe apparso ammantato da un romantico e malinconico bianco e nero cinematofrafico.
Il viaggiatore nel tempo era assorto nella lettura di un piccolo libro che teneva in grembo, incurante dei tanti occhi curiosi un po' rapaci, un po' increduli, un po' maliziosi, che lo fissavano. La gente lo osservava un attimo e subito sorrideva, guardandosi attorno in cerca della complicità di altri passeggeri. Giusto il tempo di qualche fermata è stato l'oggetto di scherno di un gruppo di studentesse del liceo, che commentavano divertite il suo abbigliamento dalle tonalità pastello, infischiandosene della possibilità che le critiche potessero arrivare anche alle orecchie sbagliate. Ma questo silenzioso testimone di un'epoca moderna ormai passata, questa inconsapevole comparsa arruolata per un corteo storico che non si è spinto troppo indietro con la Storia, seguitava a leggere, evitando di dare troppa imporzanza alla cosa.
Ad onor del vero l'ho fissato a lungo anch'io, non riuscendo a valutarlo, schematizzarlo, tentare di capire cosa lo muovesse, cosa lo spingesse ad aggrapparsi così cocciutamente ad epoche passate. Da un lato la vista di quell'individuo tanto ostinatamente fuoriposto mi suscitava un po' di pena: pareva infatti rimasto ingabbiato in un periodo che non esiste più e sembrava gridare silenziosamente al mondo la propria incapacità di adattarsi ai cambiamenti, di recepire il comando implicito ad uniformarci che ci viene imposto dalla provvisorietà delle mode.
D'altro canto, però, mi piaceva credere che andasse in giro così conciato per affermare sé stesso, per ribadire la propria orgogliosa diversità e sfidare una società moderna che non gli deve piacere affatto.
Senza contare che quel suo aspetto così retrò mi tranquillizzava: sembrava farlo portatore sano dei bei vecchi tempi andati, di tutti quei principi di un'Italia lontana, scomparsa, un'Italia delle porte di casa sempre aperte anche di notte, della gente genuina, delle città ancora rurali e dei paesi nei quali giovani e vecchi aspettavano con ansia l'arrivo del treno solo per vederlo sfilare in tutta la sua magnifica potenza meccanica.
Una sorta di ultimo samurai in kimono color carta da zucchero, un reperto silenzioso ed impolverato di una mostra sul modernariato che non ha attratto nessuno, un viaggiatore del tempo, proveniente dagli anni del miracolo economico, venuto appositamente per insegnarci ad uscire dalla crisi.
Ecco, non riuscivo proprio a valutarlo, a farmi un'idea su chi fosse e perché vestisse così.
Poi, di colpo, ha inserito con serafica tranquillità il segnalibro tra le pagine, ha messo da parte il libro, ed ha tirato fuori dalla tasca interna della giacca il cellulare. Uno di quei modelli ultrapiatti, con tanto di schermo sensibile al tocco, e si è messo a navigare in internet felice di aver trovato una copertura Wi-Fi...

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martedì 20 marzo 2012

DOPO IL CAIMANO, LE LACRIME DI COCCODRILLO

Il piano redatto dalla Fornero prevede una drastica riduzione dei diritti dei lavoratori. In un primo tempo si pensava semplicemente a diminuire il margine d'azione dell'art.18 (che, in caso di licenziamento, prevede il reintegro in assenza di giusta causa o, in alternativa, l'indennizzo, se ciò è chiesto dal lavoratore) aumentando il numero minimo di dipendenti (oggi 15) entro cui tale scomoda tutela entra in gioco. Poi però si è visto che troppe aziende sarebbero comunque rimaste nel suo alveo, e da lì è nata l'idea del colpo di mano: lo sdoppiamento dell'iter a seconda che si tratti di licenziamenti singoli o collettivi.
Per i licenziamenti individuali non ci sarà tutela che tenga: verranno per sempre esclusi dalla copertura dell'art. 18. Per loro si procederà dunque semplicemente seguendo la legge 604/66. Ciò significa una comunicazione di interruzione di fine rapporto che può anche non includere le motivazioni, salvo che il dipendente non ne faccia richiesta entro 15 giorni, senza, da parte del datore di lavoro, nessun obbligo di avviso ai sindacati, alle associazioni di categoria e nemmeno la necessità di doversi avvalere della scusante di crisi aziendale (che a quanto pare basterà, secondo la nuova norma, ad escludere il reintegro).
Attualmente per i licenziamenti individuali, nelle aziende con oltre 15 dipendenti, c'è appunto la tutela dell'art.18. Il datore di lavoro, dunque, può essere chiamato a dimostrare davanti ad un giudice l'esistenza della "giusta causa" alla base del licenziamento: se ci riesce bene, se non ci riesce la situazione viene sanata mediante la disposizione del reintegro.
Se passerà il piano del Governo Monti, invece, la via del licenziamento individuale permetterà di non aver più i legacci del vituperato Statuto, con un unico limite: si potranno effettuare non più di 4 licenziamenti individuali ogni 4 mesi. Non molti, ma se si pensa che licenziandone 5 il licenziamento si trasforma in collettivo e richiede dunque l'obbligo di informare sindacati, associazioni di categoria, Ministero del Lavoro e, soprattutto, la necessità di trovare una giusta causa, allora la via dei licenziamenti individuali appare senza dubbio più comoda. Così comoda che, possiamo starne certi, ingolosirà più di un datore di lavoro e, soprattutto, permetterà a quelli in malafede di avere finalmente modo di colpire, silenziosamente e senza scalpore, in modo discriminatorio, chi tra i propri dipendenti non gli è mai piaciuto, magari perché aderisce a quel sindacato o ha gusti sessuali che ritiene riprovevoli, o ha una fede diversa dalla sua.
Di fatto si spalancano le porte ai licenziamenti discriminatori e, senza l'art.18, non si potrà più chiedere ad un giudice di fare chiarezza nei casi più sospetti.
Questo, beninteso, non porterà benefici all'economia italiana, né avrà potere di attrarre il capitale straniero: un simile intervento legislativo avrà come unico scopo quello di farci retrocedere di almeno quarant'anni di faticose conquiste dei diritti.

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mercoledì 14 marzo 2012

LA PACCATA DI MONTI

Sotto il vessillo del "governo tecnico", ammantato dal bisogno dell'urgenza e della necessità, l'esecutivo guidato dal professor Monti ha iniziato ad attuare riforme che paiono perpetrare le peggiori idee berlusconiane.
Con una differenza: la pillola, assai amara e per nulla equa, viene appunto indorata dalle scusanti della contingenza e dal fatto che non nasconderebbe alcuna ideologia politica. Il ché non solo è falso, ma ha anche come naturale conseguenza quella di aumentare ulteriormente la disaffezione della gente nei confronti della politica. Passa infatti il messaggio: ciò che è politico è deprecabile, ciò che è a-politico, invece, apprezzabile. Non fidatevi, dunque, della politica; fidatevi solo dei tecnici (ben esplicitato dall'esternazione del Ministro Riccardi: "La politica fa schifo!"). E questo il nostro Paese non se lo può certo permettere. Non fossero già bastati i primi 20 anni di Seconda Repubblica ad acuire il solco tra Roma ed il cittadino, Monti ora dovrebbe "decantare" una situazione già arrivata al punto di non ritorno, non approfittarsene per avere la strada libera, esasperandola ulteriormente. Il suo esecutivo, infatti, procede dritto come una lancia per la propria strada e ogni volta che qualcuno osa opporvisi subito si barrica dietro le richieste dell'Europa e la natura tecnica della riforma.
Tecnica? Siamo sicuri? I continui attacchi all'art. 18 dello statuto dei lavoratori; la decisione di porre in essere un'importante riforma del mondo del lavoro anche senza l'accordo delle parti sociali; la manifesta difficoltà di intervenire in settori quali giustizia e RAI; liberalizzazioni all'acqua di rose più di facciata che non di contenuto; lo slittamento dell'età pensionabile, l'accelerazione dell'entrata in vigore dell'IMU ed il prossimo aumento dell'IVA di altri 2pt.% per non imporre alcuna patrimoniale, sono invece tutte spie, anche piuttosto palesi, che ci suggeriscono -anzi, ci urlano- che l'ideologia politica, dietro tutto questo, c'è eccome ed è una ideologia tipicamente di destra. Una destra come lo poteva essere quella berlusconiana: poco liberale e, soprattutto, poco coraggiosa, che non investe ma si limita a tagliare trasversalmente le voci di spesa.
La sperequazione sociale in Italia ha raggiunto vette mai toccate prima. Una recente inchiesta giornalistica ha rivelato che, nell'anno passato, gli appartamenti di lusso in vendita a Londra sono stati acquistati per la maggior parte da italiani, seguiti da russi e cinesi; l'evasione continua a sottrarre all'erario oltre 120mld all'anno e, come contraltare, la magistratura contabile ieri ha lanciato un grido d'allarme da non sottovalutare: le riforme del Professore rischiano di portarci verso una pressione fiscale insostenibile e si approfittano, dunque, delle categorie già tartassate e leali con il fisco. Il tutto deve fare il paio con il richiamo del Garante della Privacy secondo cui dare all'Agenzia delle Entrate poteri d'indagine e, dunque, di intrusione nella vita privata dei cittadini, che normalmente spetterebbero alla magistratura con tutti i limiti del caso, rischia di portarci via dalle garanzie classiche dello Stato di diritto.
La domanda, dunque, è capire dove ha intenzione di portarci ora Monti e se intende fare da prestanome a politiche che hanno la matrice dell'esecutivo berlusconiano.
A chi risponderà a queste critiche dicendo che, grazie all'intervento del Professore, anche oggi il malefico spread tra titoli di stato italici e bund tedeschi è rimasto sotto i 300 pt., mi permetto di far osservare che anche la Grecia, seguendo le drastiche cure imposte dall'Europa, è stata salvata, ma a che prezzo?
Non nascondiamoci dietro un dito: per risolvere un problema esistono più modi. Optare per uno piuttosto che per l'altro è fare politica, perché la politica è decidere come investire il denaro e quali classi di censo favorire con le riforme legislative. Dunque quello di Monti non solo è un esecutivo tipicamente politico, ma si sta anche rivelando essere espressione di una destra retrograda, poco originale, servile alla Germania ed alla mercè dei poteri forti (banche e assicurazioni).

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domenica 11 marzo 2012

PRIMA SI NEGAVA LA MAFIA. ORA IL REATO

Il Senatore Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi fin dai tempi di Publitalia, nonché fondatore di Forza Italia, non poteva sperare in una sentenza più favorevole. Condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, a 7 in Appello, ha infatti sentito dire dal Procuratore Generale presso la Suprema Corte -cioé da colui che, in teoria, dà alla Corte osservazioni in merito alla fondatezza della questione- che il reato per cui si procede "non esiste". 
Passi il fatto che il Pg abbia detto "l’accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza Mannino della Cassazione, che è un punto di riferimento imprescindibile in processi del genere" che forse poteva inficiare nel merito le due sentenze di condanna del Tribunale di Palermo, non si capisce perché mai un procuratore, nel pieno della requisitoria, si sia spinto tanto oltre con i giudizi di valore, arrivando persino a dire: "nessuno crede nel concorso esterno in associazione mafiosa". Roba che nemmeno i difensori di Dell'Utri si sarebbero mai sognati di pronunciare, specie di fronte ai giudici dell'ultima istanza. 
Non solo le parole del Procuratore sono fuoriluogo (il reato, del resto, esiste), ma non gli competeva nemmeno pronunciarle: per dettare nuovi indirizzi giurisprudenziali, infatti, c'è la magistratura giudicante, non quella requirente. Ma, a prescindere da filosofeggiamenti giuridici che non interessano proprio nessuno, è lecito domandarsi come si possa, in un Paese come l'Italia, chiedere a cuor leggero di smantellare un reato fortemente voluto da Falcone e Borsellino per colpire proprio i casi di trait d'union tra Stato e Mafia. 
Il concorso esterno in associazione mafiosa esiste eccome, ne è una prova il fatto che più volte casi analoghi siano arrivati in Cassazione e più volte la Cassazione si sia espressa, a Sezioni Unite e non, sulla qualità della fattispecie criminale, ridisegnandone i confini laddove effettivamente il legislatore non era stato sufficientemente preciso (un primo orientamento aveva assai ristretto i margini d'azione del reato: «le condotte di partecipazione all’associazione devono essere caratterizzate, sul piano soggettivo, da quella che in dottrina è stata chiamata l’affectio societatis, ossia dalla consapevolezza e dalla volontà di far parte dell’associazione criminosa, condividendone le sorti e gli scopi e, sul piano oggettivo, dallo stabile inserimento nell’organizzazione che prescinde da formalità o riti, ben potendo risultare per facta concludentia, attraverso un comportamento, cioè, che, sul piano sintomatico, sottolinei la partecipazione alla vita dell’associazione» -Cass. sezione prima, 1332/1991- ma poi tale sentenza era stata superata dalla pronuncia n.° 30 a Sezioni Unite del '95 la quale spiegava che: «la condotta tipica del reato di cui all’art. 416 bis c. p. è rappresentata dalla partecipazione all’associazione, considerata come stabile permanenza del vincolo associativo tra gli autori, tale da determinare una compenetrazione del soggetto con l’organismo criminale, all’interno del quale questi svolge una attività continua, anche per settori di competenza» in cui è sufficiente ravvisare nell'imputato «la coscienza e volontà di dare il proprio contributo al conseguimento degli scopi dell’associazione». Insomma, questa nuova interpretazione permetteva, di fatto, anche di perseguire chi entrava in contatto con la Mafia e poneva in essere condotte atipiche e non forme di reato tipizzate, spinto dal solo desiderio di agevolare l'organizzazione criminale, senza però essere animato da altre tipologie di dolo più specifiche. Nel 2005 la famosa "sentenza Mannino" chiariva comunque che occorrevano prove concrete del fatto che il concorso si traducesse in un rafforzamento della criminalità organizzata stessa), senza che nessuno si fosse mai sognato di chiederne l'abrogazione. 
Insomma, anche se in modo ondivago, dato che il reato non è di facile individuazione, la Suprema Corte ha sempre riconosciuto ed accettato il fatto che il "concorso esterno in associazione mafiosa", fosse fumoso apposta per dare ai magistrati la possibilità di colpire le metastasi della criminalità organizzata laddove intaccano settori della pubblica amministrazione -e non solo- in tutte le loro forme (è facile intuire quante possibilità di concorrere esternamente esistano, a seconda dell'aiuto dato ai boss. Tipizzarle sarebbe impossibile). Tale fattispecie può, e forse "deve", dunque essere intesa come reato autonomo dato che ci si riferisce a più comportamenti, a volte diversi tra loro ma tutti accomunati dalla medesima finalità, che spaziano su di un periodo giocoforza assai dilatato nel tempo (per i casi più ristretti si ha il "favoreggiamento").
Ora, premesso che per capire il nuovo orientamento della V sez. penale della Cassazione bisognerà attendere il deposito della motivazione, è chiaro che una requisitoria come quella del Pg in questione sembra voler dire ai giudici: "avete sbagliato tutto: avreste dovuto trovare altri reati cui affiancare il concorso esterno dato che per me questa fattispecie equivale semplicemente a frequentare, simpatizzare, essere amici di alcuni uomini d'onore". Il ché è gravissimo. Non solo per il caso Dell'Utri, visto che anticipa già l'impossibilità di correggere la sentenza d'Appello (troppo tardi per cambiare reato), ma anche e soprattutto perché distrugge il lavoro di tutti quei magistrati che, ogni giorno, rischiano la vita indagando sulle pericolose connivenze tra politici e boss della malavita.
Per non parlare poi delle serissime ripercussioni che avrà sul futuro contributo alle indagini dato dai collaboratori di giustizia dato che, un simile terremoto, consiglia ai pentiti di stare zitti fino a che in merito non sarà stata fatta chiarezza (perché esporsi e rischiare la vita, se poi il reato non esiste?).
Senza comunque dimenticarci anche degli imputati, che certo avranno il diritto di sapere se il concorso esiste ancora oppure è stato ufficialmente bandito...
In merito il procuratore di Torino Caselli ha dichiarato: "La requisitoria del sostituto procuratore generale della Cassazione Iacoviello non ha ferito solo me, ma Giovanni Falcone che ha teorizzato e concretizzato nei maxiprocessi il concorso esterno in associazione mafiosa. Le affermazioni di Iacoviello sono quantomeno imbarazzanti. Il CSM ha punito colleghi per molto meno!"
Per salvare il braccio destro di Berlusconi (e il fatto che la sentenza possa essere stata pilotata è ben spiegata da questo articolo del Fatto Quotidiano del 23 Febbraio scorso), insomma, rischiamo di dare un colpo di spugna all'operato di Falcone e Borsellino, che si sono sacrificati nel tentativo, forse vano, di cambiare il destino del Paese.

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venerdì 9 marzo 2012

ROMA CAPUT MONTI

Non si può colpevolizzare il governo Monti per come stanno andando le trattative in India, o per il fatto che Cameron abbia autorizzato il blitz delle truppe inglesi in Nigeria, senza nemmeno avvertirci.
Perché, a ben guardare, l'Italia ha sempre avuto scarso, scarsissimo peso sulla scena internazionale. Basti pensare alla strage del Cernis o all'omicidio dell'agente Calipari implicato nella liberazione della giornalista del Manifesto Luciana Sgrena. Ferite ancora aperte nel tessuto sociale del nostro Paese. O, ancora, il fatto che il presidente francese Sarkozy avesse dato il via all'invasione del Libano proprio mentre il premier Berlusconi, giunto all'Eliseo per mediare, dichiarava ai giornalisti che l'ipotesi di un conflitto imminente fosse remota. Fino ad arrivare all'episodio analogo della seconda Guerra del Golfo: gli italiani, partner strategici degli USA per via delle basi NATO presenti sulla penisola, vennero a sapere dell'inizio del conflitto dagli organi di informazione statunitensi.
La realtà è che l'Italia, dal dopoguerra ad oggi, continua a pagare uno scotto durissimo, in termini di credibilità ed affidabilità, che via-via negli anni l'ha relegata al ruolo di cavalier-servente degli altri Paesi. Siamo lo Stato che più investe nelle missioni umanitarie e in quelle prettamente belliche volute unilateralmente dagli altri, pianificate in riunioni a porte chiuse alle quali non eravamo stati invitati, eppure siamo anche lo Stato messo alla berlina quando c'è da prendere qualche decisione seria, che ci riguarda in prima battuta.
Anni di scandali, ruberie e corruzioni sul piano interno si riversano inevitabilmente sulla credibilità e sull'autorevolezza che un esecutivo possa vantare poi all'estero. Ma non c'è solo questo.
Paradossalmente, per cercare un punto nella storia in cui il nostro Paese si è fatto valere e rispettare, dobbiamo tornare all'epoca del tanto vituperato Craxi, il quale, in più occasioni (il sostegno dato all'Argentina nella guerra delle Falkland, l'appoggio alla Palestina contro Israele, il gelo con gli americani della 'crisi di Sigonella') seppe comunque far mantenere all'Italia una linea che non seguisse pedissequamente quella imposta dalle potenze occidentali. Posizioni più o meno condivisibili, certo, ma almeno scelte con autorevole fermezza. Dopo di lui, il governo italiano -di destra o sinistra che fosse- si è invece limitato a seguire ed inseguire i sogni di gloria dei Paesi più forti, pagando per ciascuna di queste scalcagnate impresa di ventura un altissimo prezzo in termini di vite umane e di spesa pubblica.
Anche la mancanza di autorevolezza, assieme ad una conduzione della politica interna assai fantasiosa, dunque, ha contribuito all'erosione del peso che il nostro Paese, in quanto tra i più ricchi ed industrializzati del mondo ed in quanto dislocato in una posizione strategica tra Occidente e Medio Oriente, avrebbe dovuto invece avere.
Non è allora un caso, ma è frutto delle tante scelte di politica estera ed interna clamorosamente sbagliate che si sonno affastellate in questi decenni se, ancora una volta, ci troviamo a subire l'arroganza degli altri Stati. Da un lato abbiamo le manie di grandezza dell'India, desiderosa di mostrare i propri muscoli alla Cina, agli USA ed al mondo intero; dall'altra la strafottenza degli "alleati" britannici, che da sempre credono di vivere in un film di 007 e scimmiottano le fallimentari imprese belliche dei cugini americani.
In tutto questo si registra il vuoto dato dall'assenza delle istituzioni europee. Quella stessa Europa che ci ha imposto non solo un premier (Monti), commissariandoci de facto, ma anche una linea di rigore nella gestione della spesa pubblica che avrà pesanti ripercussioni sul nostro futuro. Ecco, Bruxelles, sempre pronta a bacchettarci e ad affamarci, nel momento del bisogno si fa però impalpabile ed invisibile. Com'è questa storia?
Il destino ha voluto che ad un'Italia ancora indebolita dalla crisi economica venissero assestati, in rapida successione, due tremendi ganci sul piano della diplomazia estera. Però, questi due brutti avvenimenti potrebbero anche essere usati come occasione per crescere e recuperare gli anni persi, riagguantando credibilità non solo sul profilo del debito, ma anche su quello del peso internazionale. Tutto ruoterà dunque attorno al ruolo che il presidente del Consiglio Monti deciderà di avere in questa faccenda. Per anni ce ne siamo sempre fregati: alzando le spalle ed ingoiando rospi. Ora pare proprio venuto il momento di puntare i piedi e rivendicare i nostri diritti, come popolo e come aspirante protagonista delle scelte internazionali.
Se abbiamo stretto denti e cordoni della borsa, del resto, non lo abbiamo fatto solo per motivi di cieca obbedienza ai diktat della Comunità europea, ma anche per dimostrare al mondo che non siamo tutti "spaghetti, barzellette sporche, mafia e mandolino", ma che, all'occorrenza, sappiamo anche sfoderare una determinazione ed un orgoglio che non hanno pari. Sarebbe bello se, adesso, quegli stessi sentimenti, i medesimi valori, venissero espressi anche dalla nostra classe dirigente...

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mercoledì 7 marzo 2012

LA LEGA HA PERSO LA VERGINITA', MILANO IL PRIMATO SU ROMA

Non potrà più fare la santarellina, la Lega, ora che uno dei suoi esponenti di spicco, Davide Boni, presidente del Consiglio della Regione Lombardia, è stato accusato di aver preso tangenti per oltre un milione di euro, direttamente e comodamente nel proprio ufficio.
Un enorme giro di denaro che sa di Tangentopoli, perché ancora una volta tutto ha inizio dalle imprese private che chiedono strappi alle regole e pretendono corsie preferenziali per le proprie pratiche e ancora una volta tutto finisce nelle tasche dei partiti. 
Rispetto alle tante ruberie odierne, però, la vicenda che coinvolge la Lega avrebbe come principale caratteristica il fatto che dietro non c'era nessun arricchimento personale, in quanto il denaro, ancorché illecito, finiva comunque al partito. Come ai tempi di Tangentopoli, appunto, come ai tempi di quella Mani Pulite che più volte in questi anni è stata citata con fierezza dal Carroccio che non perdeva mai occasione di ricordare di essere uno dei due partiti (l'altro era il PC) a non esserne stato coinvolto.
Adesso verrebbe da chiedersi se il partito di Bossi, nato come costola del terremoto politico provocato da Tangentopoli in seguito all'incalzante bisogno di legalità e trasparenza avvertito dalla gente, generatosi quasi spontaneamente da quell'idea comune secondo la quale la capitale, lontana e corrotta, inghiottiva ogni buon proposito del Paese, ha ancora senso di esistere.
Infatti, con il nuovo scandalo che scuote il Pirellone, non tramonta solo il mito di una Lega impermeabile ai ladrocini e alla corruzione. Ad essere messo in crisi, oggi, è un intero pezzo di Paese: il Nord Italia, che vede in Milano la sua capitale. Milano, scopriamo, non è poi tanto diversa da quella "Roma ladrona" dei cori e dei modi di dire della Lega. Anzi, a seguire il giro di tangenti sui rifiuti tossici che coinvolgerebbero Franco Nicoli Cristiani, Milano non sarebbe nemmeno troppo diversa da Napoli o da Palermo: anche nel capoluogo lombardo il malaffare specula sulla salute pubblica ed il confine tra impresa e criminalità organizzata si fa sempre più labile.
Tramonta, insomma, la Lombardia che da 17 anni viene ininterrottamente guidata da Roberto Formigoni. Diciassette anni di regno sono forse troppi anche per l'esecutivo più onesto, se si pensa che, nel frattempo, a Roma si avvicendavano cinque legislature, il Paese passava dalla Lira all'Euro e persino all'ombra del Cupolone mutavano i papi! 
Attualmente il presidente della Regione Lombardia risulta totalmente estraneo alla faccenda, ma a vedere i numeri (il 20% del Consiglio regionale è indagato, i 4/5 della Presidenza già agli arresti) è ormai chiaro che quella Regione ha bisogno di tornare quanto prima alle urne. Anche e soprattutto perché in Lombardia il PD risulta ancora in evidente imbarazzo per il giro di tangenti che avrebbe coinvolto Filippo Penati, vicepresidente di Regione, e, per questo motivo, possiamo ben immaginare che non sia nemmeno in grado di alzare la voce e di esercitare con la relativa serenità il proprio ruolo di opposizione. Giulio Cavalli, esponente lombardo di Sel, peraltro sotto scorta per minacce della 'ndrangheta, riassume tutto con una battuta che aiuta a comprendere le dimensioni del problema: «Se Palazzo Lombardia fosse un condominio non ci andrei ad abitare: troppe brutte facce!».

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martedì 6 marzo 2012

LA CASSATA SICILIANA DI BERSANI

In principio furono le primarie pugliesi, che portarono un successo inaspettato a Nichi Vendola, seguite poi dalle primarie di Milano, Napoli, Genova e, ieri, Palermo.
Il PD ha ancora una volta perso in casa. L'ennesimo raffronto popolare è stato impietoso. Lo scarto, questa volta, minimo, ma non attenua certo i contorni duri della sconfitta. Sconfitta alla quale hanno voluto aggiungere anche la farsa del riconteggio, che lascia intendere persino ai meno accorti l'aria che tira nel partito.
Ora è fin troppo facile sciacallare su di una forza politica che, secondo alcuni, non arriverà nemmeno all'appuntamento elettorale del 2013. Ex post è fin troppo ovvio considerare che la scelta di affidarsi alla Borsellino, persona a modo e integerrima, ma poco spendibile in politica (non solo non è mai riuscita a vincere le tante elezioni a cui ha partecipato, ma questa volta era schiacciata dal protagonismo esagerato dell'ex sindaco IdV Orlando che nelle migliori intenzioni avrebbe dovuto presentarla ai palermitani, ma i più alla fine hanno capito che il candidato fosse lui), non fosse felice. Fatto sta che oggi o domani i problemi che dilaniano il partito andranno affrontati. E per Bersani sarebbe meglio farlo prima che poi.
I centristi danno la colpa alla foto di Vasto (quella a tre con l'abbraccio tra Di Pietro, Vendola e Bersani), l'unica che peraltro dava quantomeno una vaga idea della posizione politica di questo strambo carrozzone, e invitano il segretario a seguire le orme di Veltroni, spostando ulteriormente il baricentro politico verso il centro. 
La realtà, invece, è che il PD non esiste. Ammesso che sia mai esistito, ha cessato di avere un senso con la scomparsa dalla scena di Berlusconi. Non che il PD fosse una forza fieramente antiberlusconiana: proponeva semplicemente un modo di intendere la politica simile al PDL, ma senza l'ingombrante figura del Cavaliere, nella cui ombra nascondeva l'assenza di una ideologia fondante e di una identità comune che lo potesse contraddistinguere dagli altri.
Il PD, di fatto, non è un partito. Nemmeno il PDL lo è, dato che si regge sulla figura carismatica del proprio leader, ma il PD non ha nemmeno un leader. E se lo ha -Bersani- non è certo carismatico.
Non ha dunque ideologia, una vaga idea sul proprio posizionamento nell'emiciclo (si fa persino solleticare dall'invito di Berlusconi di correre assieme nelle prossime politiche), vorrebbe un'alleanza da Casini a Vendola riesumando i tristi tempi dell'Ulivo/Unione ed ai propri elettori non comunica nulla. O comunica troppo: troppe voci, tutte discordanti.
In più non è certo un partito radicato nel territorio, e le scelte riguardanti le primarie non fanno che dimostrarlo: più frutto del caso che non di un'accurata e attenta riflessione in base alle problematiche delle comunità interessate.
Bersani è fortunato che al momento il problema può anche non essere posto, perché al governo c'è Monti che di fatto governa senza partiti -da qui la loro manifesta inutilità-, ma se la Storia si fosse svolta diversamente e in Primavera fossimo andati alle urne, il PD, dopo i colpi ricevuti in queste primarie, sarebbe già in frantumi. E l'aspetto tragico è che, stando ai sondaggi, quella "guidata" da Bersani è la prima forza politica del Paese. E se vogliamo unire alla tragedia la commedia, per buttarla in farsa, sempre secondo i sondaggi il leader ideale del PD sarebbe proprio quel comunista di Mario Monti. Delle due, dunque, l'una: o il PD non ha capito il proprio elettorato, o gli elettori non hanno capito nulla del PD...

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lunedì 5 marzo 2012

LO STRABISMO GIUSTIZIALISTA DI FELTRI

Leggi l'ultimo editoriale di Feltri e ti rendi subito conto di come possa essere distorto, su quelle colonne, l'ideale di giustizia cui tutti dovremmo tendere.
Un giorno la penna di punta de Il Giornale loda la prescrizione, infischiandosene del fatto che rappresenti una penosa via di fuga per l'imputato che si trova spalle al muro e non ha scuse da accampare per essere prosciolto in modo serio e dignitoso; il giorno dopo criminalizza l'istituto della legittima difesa e parla delle norme alla base del 'favor rei' come di un antico retaggio d'estrazione comunista (e non democratico d'ispirazione moderna) da dimenticare.
E' un Vittorio Feltri evidentemente bicefalo, quello che scrive gli editoriali sul giornale di Sallusti, perché prima spende parole d'approvazione e ricopre di elogi tutte le norme ad personam che rendono impossibile perseguire anche il criminale beccato in flagranza di reato; dopo si professa paladino delle vittime di rapine e omicidi, scagliandosi contro quei giudici che non fanno che applicare leggi scritte da altri. A volte scriteriate e senza senso, ma sempre scritte da altri.
Nel caso specifico, sebbene il sottoscritto sia solitamente propenso ad evitare di fare "la storia con i sé e con i ma", è doveroso ricordare che se il povero ragazzo ucciso durante la rapina in villa fosse stato armato ed avesse risposto al fuoco, uccidendo i banditi, oggi forse sarebbe sì nel registro degli indagati, ma solo per una questione di prassi. E questo Feltri lo sa benissimo. Sarebbe indagato a piede libero e, accertata in modo veloce la sua posizione, cancellato dal registro con tante scuse. Perché è abbastanza agevole accertare se sono stati travalicati o meno i limiti della legittima difesa. E se è legittima difesa sparare a qualcuno che sta per ucciderti, certo non può esserlo sparare a qualcuno che sta fuggendo dopo averti sottratto la borsa. Distinzioni nette e doverose per evitare che le nostre strade si trasformino in far west. Ma evidentemente Feltri se ne frega di certe sfumature e preferisce buttarla sul qualunquismo più becero. Preferisce che tutto finisca in caciara, con discorsi da bar sull'inutilità delle leggi, la faziosità di certi magistrati e sulla convenienza del farsi giustizia da sé.
Così, la disposizione degli arresti domiciliari, motivata dal fatto che le carceri stanno straripando e non consentono più un trattamento decoroso, diventa immediatamente emblema del lassismo di certi giudici che combattono la propria "lotta di classe" stando dalla parte dei malfattori che sono tali in quanto poveri e sono poveri in quanto c'è squilibrio sociale. Allo stesso modo il tentativo di un tribunale di arrivare a sentenza prima che siano maturati i termini della prescrizione si trasforma in persecuzione: la persecuzione di PM e magistrati ideologizzati che sfruttano il proprio ruolo per ottenere una sorta di "vendetta sociale" sull'imprenditore che si è arricchito da sé.
A seconda del suo umore, del fatto che in cielo ci sia il sole o meno, Feltri sta con l'imputato, perseguitato da una giustizia vendicativa e disonesta o con le vittime di reato, punite ulteriormente da una magistratura mollacciona e sbilanciata verso i criminali. Nei giorni pari è giustizialista, in quelli dispari ringhia e abbaia contro chi vuole far rispettare le leggi.
Perché però non dice ai parenti del ragazzo rimasto ucciso nell'ultima rapina in villa sfociata in omicidio che la prima causa di denegata giustizia, nel nostro Paese, è l'esperimento fin troppo celere dei termini della prescrizione, così come è stata voluta e disegnata da Berlusconi con la ex Cirielli?
Quella prescrizione che due sabati fa ha salvato il Cavaliere dalla condanna nel caso Mills, e allora tutto andava bene, chissenefrega se chi ha commesso il fatto la fa franca. La stessa prescrizione che ogni giorno manda al macero migliaia di processi, impedendo alle vittime di reato di ottenere l'unico risarcimento possibile: fare in modo che chi ha sbagliato risponda davanti alla legge.

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sabato 3 marzo 2012

REGALI TRA AMICI: IL PD SCAGIONA IL CAV. DAL RUBYGATE

Silvio Berlusconi avrà anche ritrattato tutto, ma la sua idea resta quella: arrivare al Quirinale, possibilmente contando sull'appoggio di PD e Terzo Polo dato che potrebbe non avere i numeri per farcela con le sue sole forze.
Ieri ha lanciato pubblicamente l'amo, ma è probabile che manovre di avvicinamento fossero già state compiute in gran segreto (negli incontri sotterranei tra ABC, ad esempio) così da preparare la strada ad una riforma elettorale che non scontenti nessuno e che permetta a tutti di vincere le difficile politiche del dopo Monti (quelle per cui si ipotizza un astensionismo alle stelle). E che all'ombra dei palazzi del potere qualcosa si muova in vista delle grandi intese che potrebbero caratterizzare la prossima legislatura, lo prova un emendamento del PD che, se andasse in porto, regalerebbe al Cavaliere un altro proscioglimento secco. Questa volta senza nemmeno costringere i suoi legali Longo e Ghedini a comici voli pindarici nel tentativo di rincorrere e agguantare un'altra insperata prescrizione.
E' quanto rivela oggi Donatella Stasio de Il Sole 24 Ore la quale, spulciando nei lavori parlamentari a margine del ddl anticorruzione, ha ritrovato una proposta piuttosto curiosa: eliminare dal codice il reato di concussione, facendolo confluire nelle già esistenti fattispecie di reato della corruzione o dell'estorsione.
Come a dire: siccome in Italia il problema della corruzione non è minimamente sentito, spogliamoci di una importante arma giuridica -peraltro immune dalla prescrizione- che ogni anno permette di arrestare migliaia di colletti bianchi disonesti, così da agevolare il lavoro dei magistrati...
Ma la portata della proposta truffaldina firmata dal Partito Democratico va ben oltre, perché, come fa notare la prestigiosa testata economica, avrebbe immediate ripercussioni positive sul 'caso Ruby'. Eliminato dal codice penale il reato di concussione, Berlusconi si ritroverebbe di colpo alleggerito di un reato. Sua Emittenza è imputato anche di prostituzione minorile, è vero, ma intanto il regalo del PD gli risparmierebbe una pena che va dai 4 ai 12 anni. Non potendo far confluire la condotta del premier né nel reato di corruzione, né nel reato di estorsione (non solo perché sarebbe difficile ritrovare l'elemento costitutivo dell'accordo, ma anche perché le norme sulle garanzie dell'imputato vietano trasformazioni 'in peius'), alla Procura non resterebbe altro che derubricare l'accusa in abuso d'ufficio, la cui cornice edittale è ben misera: da sei mesi a tre anni. La difesa ringrazia: non poteva sperare in una norma ad personam migliore!
Tanto per puntualizzare, Unione europea ed Ocse ci hanno più volte richiesto di modificare l'art. 317 c.p. così da inasprirne i contenuti in quanto, solo nel nostro Paese, questa fattispecie fa del concusso (ovvero del coatto) la vittima del reato e non il co-autore. Noi risponderemo con un deciso colpo di spugna!
Questo, almeno, è ciò che accadrebbe se passasse il folle disegno approntato dal PD che, a quanto pare, intende fumare il calumet della pace con Berlusconi usando il Codice Penale al posto delle foglie di tabacco...
Solo questo fatto allarmante dovrebbe convincere gli scettici della conclamata pericolosità di un futuro e palustre asse di governo che abbracci PD-PDL e Terzo Polo, che lascerebbe il Cavaliere libero non solo di tornare in sella e finire la propria opera distruttiva, ma anche di trasformare il reato di prostituzione minorile nello ius primae noctis...

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giovedì 1 marzo 2012

NAPOLITANO, AVVISO DI SFRATTO

Ora che il processo Mills è stato archiviato nel migliore dei modi, senza nemmeno sporcare con un baffo di inchiostro la sua fedina penale, Silvio Berlusconi è libero di riprendere da dove era stato interrotto al momento del tracollo del Paese e della frettolosa sostituzione con Monti. La strada si è fatta in salita, anche per via della emorragia di consensi che ha interessato il PDL, ma non per questo meno percorribile: Bersani e Casini, del resto, già in passato si sono rivelati due ottime sponde assai utili per tenere a galla un esecutivo che barcollava.
L'obiettivo finale è sempre quello: scalare il Colle più alto. Sfrattare l'odiato Napolitano, così da rendergli pan per focaccia -dato che a lui deve la sua cacciata da Palazzo Chigi dello scorso Novembre- ed insediarsi finalmente al Quirinale.
E' il sogno di una vita tramutato recentemente in una impellente necessità: altri tre procedimenti penali incombono e almeno uno, il Rubygate -peraltro il più infamante- non solo è ben lontano dalla prescrizione, ma è anche quello in cui sembra più improbabile la caduta delle accuse e l'assoluzione.
Ha perso l'esecutivo, ha perso la credibilità ed ha perso ormai la possibilità di ricandidarsi: se vuole ancora una volta salvarsi dalle tante beghe giudiziarie che lo tormentano, deve barricarsi dentro al Quirinale e accoccolarsi nell'immunità presidenziale. Questo il Cav. lo sa bene.
Non stupisce, dunque, la sua uscita di oggi, che invece pare aver preso in contropiede i più: «La formula di armistizio, di basta litigi, di unità tra i partiti serve al Paese oggi e tra cinque anni. Mi auguro che la stessa coalizione, con un impegno diretto delle forze politiche, ci sia anche all'indomani delle elezioni. Un governo di cui facciano parte membri politici di Pd, Pdl e Terzo polo, perché la democrazia si sostiene e si concretizza nei partiti». 
Ancora una volta Sua Emittenza si scuda dietro l'interesse della nazione ma si fa portatore di un interesse particolare -il proprio- e prepara la scacchiera per giocare al meglio la battaglia finale: una grande palude simil-DC ma servile all'egoarca meneghino, che sostenga la sua candidatura al Colle e gli permetta infine di ergersi al di sopra della legge. Un Parlamento di sola maggioranza, senza opposizione, un aberrante scacco matto alla democrazia.

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