E' emblematico il fatto che Monti abbia voluto smantellare l'art. 18, e quel poco di equità sociale che ancora simboleggiava, prima di correre, cappello in mano, nell'estremo Oriente, laddove le economie, è vero, crescono a ritmo serrato, ma i diritti faticano a stare al passo coi tempi e con il progresso.
Alla luce di questo viaggio tutto prende forma: le tessere del puzzle si incastrano tra loro ed il mosaico si completa: quest'ennesimo sacrificio lacrime e sangue non "ce lo chiede l'Europa", e tantomeno non "ce lo chiedono i mercati". Sono imposizioni dettate dalla Cina.
D'accordo: il viaggio toccherà anche il Karzakistan, ma per stringere accordi sull'approvigionamento energetico -specie in vista del rinnovo dei contratti con la Libia liberata che potrebbe vedere unici beneficiari francesi e inglesi-, ed il premiato duo Monti-Napolitano farà anche scalo a Tokyo, ma è difficile credere che una economia fortemente in crisi come quella nipponica abbia ora interesse ad investire fuori casa.
Dunque, inutile nasconderci dietro ad un dito: abbiamo smantellato con inusitata rapidità un pezzo della nostra identità culturale (perché l'art. 18 era anche quello) per metterci proni alla volontà degli investitori cinesi.
La culla del diritto, di colpo, ha deciso di ingranare la retromarcia e cancellare i risultati ottenuti in decenni di lotte sociali ed evoluzioni giurisprudenziali, così da trasformarci nella Cina della situazione.
Vista in quest'ottica, il piano Monti non è poi tanto differente da quello di Marchionne, che delocalizza la produzione della Fiat in Serbia, in India ed in altri stati in cui la forza di lavoro costa meno e nessuno si sogna di pretendere anche i diritti più elementari.
Ciò rappresenta una sconfitta indelebile dalle impensabili ripercussioni non solo per l'Italia, per il diritto, ma anche e soprattutto per lo stato sociale. Dovevamo esser noi, semmai, in qualità di nazione più evoluta (almeno nella tutela di certi diritti), ad esportare i nostri risultati ottenuti con estrema difficoltà in posti nei quali i più poveri faticano a conquistarli da soli, invece di cancellarli con un colpo di spugna, per parificarci con i Paesi emergenti, in nome della competitività. Un simile concetto può essere espresso da Marchionne, che è un imprenditore -ed in quanto tale legittimato a fare i propri interessi-, ma non è accettabile da Monti, che al momento non è più professore di economia, ma Capo di Governo.
Le istituzioni che Monti rappresenta debbono tutelarci dalla sperequazione sociale anche a costo di porre in essere manovre antieconomiche. E' per questo che gli Stati sono Stati e non S.p.A. quotate in borsa. E' per questo che la madre di tutti i nostri mali sta nell'aver dato possibilità ai Governi di emettere obbligazioni statali che parificassero una istituzione ad una società privata, aprendo così la strada a sciacalli, spread, speculatori e fallimenti un tempo impensabili.
Lo Stato però non può permettersi di pensare secondo le regole del mercato. Non può obbedire alle imposizioni degli investitori, usando come moneta di scambio i diritti sociali.
Faccio qualche esempio, comunque di attualità, che può essere utile a capire perché Stato e Mercato debbano continuare a procedere su binari paralleli: la discussione, annosa e ciclica, se sia bene o meno privatizzare la RAI. La RAI è un bene che deve rimanere pubblico perché, in quanto tale, svolge servizio pubblico, ovvero di tutti. Non rispondendo a regole di mercato, può permettersi di mandare in onda trasmissioni di nicchia che altre emittenti private non acquisterebbero mai, certe di non aver alcun ritorno economico.
La stessa cosa può dirsi di Trenitalia: deve rimanere pubblica perché, se fosse privatizzata, scomparirebbero le tratte in perdita, magari le linee periferiche o quelle che collegano comuni di 30-40 abitanti che fin'ora sono stati serviti solo perché il sistema dei trasporti era "servizio pubblico" e, quindi, diritto di tutti.
E' così per gli acquedotti, la sanità, la rete stradale e tutti gli altri servizi oggi gestiti, naturalmente in perdita, dallo Stato.
Certe cose, dunque, non possono rispondere alla volontà del capitalismo: i diritti, soprattutto, non possono diventare suscettibili di valutazione economica e venir sacrificati in nome di principi quali la competitività, l'efficienza e l'ottimizzazione, che sono propri delle imprese ma non degli Stati. Di questo passo perderemmo la mutua, l'istruzione gratuita, la cassaintegrazione, le case popolari e l'accesso alle molteplici esenzioni per i ceti più poveri. Titoli di spesa che un imprenditore privato non potrebbe mai capire e non vorrebbe mai accettare.
Se oggi il capitalismo, con le sue regole spietate, oligopoliche, schizofreniche ed imperscrutabili, è stato un modello comunque sostenibile almeno per i Paesi ricchi, lo dobbiamo alle tante tutele offerte dallo Stato. Tutele che hanno posto rimedio ai molteplici errori di un modello economico destinato al fallimento dandoci un sostegno così comodo ed utile da risultare non solo indispensabile, ma addirittura invisibile, e infatti pian piano abbiamo iniziato a darlo per scontato.
Ma tutti questi "paracadute" (la cassaintegrazione se si perde il lavoro, la scuola gratuita che permette a tutti di raggiungere un elevato livello di istruzione, la sanità pubblica che ci evita l'apertura di un mutuo in caso di malattia), non ci sono sempre stati e nulla ci garantisce che un domani possano esserci ancora. Sono diritti che sono stati ottenuti lottando -dunque non una graziosa concessione del sovrano di turno- e che dovrebbero essere tenuti stretti con le unghie e con i denti. Anche lottando, se si palesasse il rischio di perderli...
______________