La lettera dell'ex premier pubblicata stamani da Il Giornale dipinge un Silvio Berlusconi affranto e stanco, incredibilmente poco battagliero. Dopo settimane di silenzio, il Cavaliere torna dunque sotto i riflettori, ma questa volta lo fa in modo inatteso, quasi defilato ed in sordina. Naturalmente l'oggetto delle sue dichiarazioni, ancora una volta, sono i giudici.
E' di oggi la notizia della richiesta, da parte dei PM romani, di rinviarlo al giudizio assieme al figlio Piersilvio e ad altre 10 persone nel caso Mediatrade (irregolarità nella compravendita di diritti televisivi), mentre risalgono all'altro ieri le altre due tegole giudiziarie che gli sono cadute in capo: la richiesta a 5 anni di reclusione da parte della Procura nel caso Mills ed il "nulla osta" della Consulta sul Rubygate.
Era dunque lecito attendersi il famoso "colpo di coda" del Caimano: un suo "non ci sto" forte e potente che riaccendesse l'aspro scontro con la magistratura. Era prevedibile ritrovarselo sulla poltrona di Matrix, per l'ennesima geremiade sulle toghe rosse, magari a reti (Mediaset) unificate. Sarebbe stato anche plausibile che tornasse a parlare del famoso corteo anti-giudici più volte ventilato in autunno e mai organizzato per mancanza di adesioni.
La lettera sul giornale di suo fratello, oggi, è forse la risposta meno eclatante che potesse escogitare. Anche perché è stata pubblicata al posto dell'editoriale del direttore e Sallusti avrebbe sicuramente espresso parole più infuocate rispetto a quelle, assai modeste e miti, dette invece dal Cav.
Poche righe, una lettera scarna, una lettera stanca e persino triste nella quale Berlusconi ripete ancora una volta ciò che va dicendo da tempo: cioé che è vittima di giudici ideologizzati, di sentenze politiche, della cattiveria insita nel palazzo di giustizia meneghino... Ma questa volta nell'esprimere posizioni ben note non c'è livore, non c'è superbia, non c'è più la tracotanza dell'uomo che si credeva invincibile.
C'è forse un pizzico di incredulità per il tourbillon di eventi a sfondo giudiziario che si sono succeduti con "rapidità" in questi giorni e che lo hanno rintronato. Ma soprattutto traspare la stanchezza di uomo ormai stretto all'angolo del ring. Di un potenziale egoarca che ha perso l'occasione e non ha saputo sfruttare il momento per piegare alla sua volontà ciò che ancora era rimasto libero ed indipendente nel Paese. Il Cavaliere, insomma, è stato disarcionato e nella sua posizione non sembra più in grado di ergersi al di sopra della legge. E' vero: ha ancora in mano la golden share che tiene in vita il governo Monti. Potremmo ipotizzare che non esiterà a giocarla per pilotare una possibile riforma della giustizia (ancora stamani, a Mattino Cinque, ha detto: "Che sia necessaria ormai lo vedono anche i ciechi"), ma il cammino è tutto in salita ed il tempo ormai sta scadendo: se si vuole far cadere Monti occorre sfiduciarlo entro Giugno, o la legislatura, blindata comunque dal commissariamento de facto europeo, potrà arrivare al suo naturale esperimento.
Anche nell'enunciare ciò che ha fatto, i propri successi imprenditoriali e le tante vittorie politiche, l'ex premier ha perso lo smalto: un tempo avrebbe elencato con orgoglio ogni trofeo vinto, emblema della propria decantata infallibilità; invece oggi pare solo un anziano intento a tirare i fili della propria vecchia storia.
Chiude la lettera quello è che forse il passaggio più mesto e malinconico dell'intera missiva: il saluto alla famiglia e "a quanti gli vogliono bene": come se volesse rimarcare il fatto che non è vero che è rimasto solo. Un tempo, però, lo avrebbe fatto chiamando alla piazza "i milioni di italiani" che lo sostengono. Oggi pare solo alla ricerca di un abbraccio, di una pacca di conforto, da parte dei suoi cari.
Insomma, se i suoi sostenitori si aspettavano un predellino-bis dovranno invece accontentarsi di una missiva lacrimosa che odora di testamento...
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