sabato 31 dicembre 2011

SCOMPARSO DON VERZE', IL MANAGER DELLA PROVVIDENZA


Con la morte di don Verzé è morta anche la possibilità di far luce sui tanti segreti che ruotano attorno al San Raffaele, quel centro ospedaliero d'eccellenza in grado di competere con le maggiori cliniche del Nord Europa sprofondato in uno dei crack finanziari più neri della storia per colpa di una pessima e fraudolenta gestione amministrativa.
Scavare nel passato della struttura ospedaliera del prete-manager non è facile: attorno ai profitti della clinica si sono infatti avviluppati, negli anni, gli interessi di aziende private, di uomini politici e persino di Comunione Liberazione.
Scartabellando i libri contabili, gli inquirenti sono riusciti ad individuare un primo filo d'Arianna che dimostrerebbe come il denaro venisse distolto dal fisco e dalla struttura, tramite il solito giro di fatture gonfiate, per arrivare nelle casse di una decina di società "teste di ponte" tutte riconducibili al consulente finanziario dell'ospedale Pierangelo Daccò (attualmente in custodia cautelare con l'accusa di bancarotta fraudolenta del San Raffaele) e ad altri uomini illustri di Comunione Liberazione, vertici della Regione Lombardia inclusi. Un giro incessante di milioni di euro partito dal braccio destro di don Verzé, quel Mario Cal morto suicida nel proprio ufficio in piena estate, quando lo scandalo era appena arrivato sui giornali. Un giro di milioni di euro fatti sparire in conti esteri che, a poco a poco, ha soffocato il San Raffaele, seppellendolo sotto una passività che ad oggi ammonta al miliardo e mezzo di Euro.
La truffa societaria più vecchia del mondo: si toglie alla società per arricchire illecitamente alcuni privati che possono essere amministratori, soci o collegati a vario titolo alla stessa (anche i preposti ai controlli, ad esempio). Nella medesima inchiesta rientrava, in qualità di indagato, il fondatore del San Raffaele, don Verzé, che fino all'ultimo ha combattuto come un leone, rispondendo colpo su colpo alle accuse che gli venivano mosse. In privato lavorava con i suoi avvocati per prepararsi al processo, sul fronte pubblico mirava ad ottenere il consenso dell'opinione pubblica in una pluralità di modi: non ultima l'infuocata lettera ai giornali scritta forse più per protestare contro l'umiliazione della perquisizione dei propri uffici e della propria villa, che non per ripulire il nome della clinica dal lordume della bancarotta fraudolenta.
Nonostante la veneranda età, il prete-manager aveva dimostrato una sorprendente vitalità e lucidità. Don Verzè non si era perso d'animo e non sembrava affatto intimorito né dalle pesanti ipotesi accusatorie, né dallo scandalo dato in pasto ai giornali. Del resto non era la prima volta che la magistratura intralciava i suoi affari: prima che alcuni media inizino un precoce quanto fuoriluogo processo di beatificazione e santificazione è bene ricordare i numerosi trascorsi giudiziari che hanno punteggiato la sua lunga, fortunata e discussa carriera di manager milionario.
I primi risalgono al 1975, quando viene condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione per tentata corruzione volta ad ottenere convenzioni con l'Università statale di Milano e sovvenzioni della Regione Lombardia.
Nel 1977 una nuova incriminazione infanga l'abito talare: istigazione alla corruzione, ma la prescrizione lo salva dalla comminazione della pena (Pinotti e Gümpel, L'unto del Signore, 2009, p. 63).
Nel 1995 don Verzé è condannato a 5 mesi di reclusione e 70 milioni di lire di multa per abusi edilizi collegati all'ampliamento della struttura ospedaliera. Una pena da molti giudicata irrosoria seguita a stretto giro da una nuova condanna dal forte sapore farsesco: 10 giorni di reclusione e 600 milioni di multa, nel '98, per aver reiterato il reato. Bruciata la condizionale, Don Verzé ha poi delegato la gestione amministrativa del San Raffaele, almeno formalmente, al suo braccio destro Mario Cal.
Nel 2011 è stato invece salvato dall'incombere della prescrizione dall'accusa di ricettazione di opere d'arte: condannato ad 1 anno e 4 mesi in appello con conferma della Cassazione ("Don Verzé era al corrente della provenienza illecita dei quadri") la sentenza diventa cartastraccia perché vergata con ritardo.
Non possono essere dimenticate, anche se non portarono ad alcuna sentenza di condanna, le vicende delle rotte di aerei misteriosamente mutate per favorire i terreni del San Raffaele e di Edilnord (la società di Berlusconi) e l'inchiesta, ben più recente, della magistratura che ipotizzava collusioni tra don Verzé ed un agente del Sismi (già noto alle cronache) Pio Pompa -vedi Agente Feltri con licenza d'uccidere pubblicato su questo stesso blog nell'Agosto '10-.
Quanto alla prima, parrebbe che Don Verzé e Berlusconi avessero pesantemente manipolato le carte topografiche al fine di ottenere lo spostamento delle rotte degli aerei in partenza ed in arrivo da Linate, che transitavano proprio sopra Milano 2 ed il San Raffaele (Pinotti e Gümpel, L'unto del Signore, 2009, p. 62).
Quanto all'affaire SISMI, la magistratura ipotizzava che Don Verzé riuscisse ad ottenere in anteprima informazioni sul mondo politico ed istituzionale al fine di avvantaggiare i propri affari imprenditoriali.
Don Verzé, insomma, era abituato a confrontarsi con i PM. Non a caso in una lunga intervista ad Aldo Cazzullo del 2004, dichiarò che il procuratore aggiunto di Milano Francesco Saverio Borrelli, il quale più volte lo mise alla sbarra, fosse "l'incarnazione del male" ma, nonostante questo, non riuscisse a provare odio nei suoi confronti.
Un'intervista che fece scalpore, così come ha fatto scalpore la lettera che ha scritto il 2 dicembre scorso con la quale, più che assumersi le responsabilità del tracollo finanziario, il presbitero veneto pareva volersi paragonare a Cristo crocifisso. 
Forse è stata proprio questa la più grande peculiarità di don Verzè, il misterioso, ammirato, ammaliante, intelligente uomo d'affati che ha saputo racchiudere, nella propria persona, la spietatezza e la lungimiranza dell'imprenditore con la carità cristiana del religioso devoto.
Con la sua morte verranno seppelliti molti misteri e la gestione del San Raffaele passerà definitivamente alla Banca vaticana dello Ior che saprà scudare meglio gli interessi privati legati al centro d'eccellenza lombardo.

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giovedì 29 dicembre 2011

2011: INCHIESTE, SCANDALI E PROCESSI DELL'ANNO AL QUALE SIAMO SCAMPATI


Come da tradizione, negli ultimi giorni dell'anno bisogna fare due cose: abbuffarsi di cotechino e lenticchie e tirare le somme di quanto visto, di quanto vissuto, di quanto subito nei dodici mesi che ci si lascia alle spalle.
Il Buonasera lo fa alla sua maniera, ripercorrendo il 2011 politico sul fronte delle inchieste giudiziare, inanellando le condanne di illustri esponenti dell'attuale classe dirigente e le richieste d'arresto fioccate nei due rami del Parlamento, senza dimenticare le inchieste più celebri che hanno tenuto banco per mesi prima di venir frettolosamente dimenticate con la celere capitolazione di Berlusconi.
Partiamo dunque dal Parlamento, che tra i suoi circa 1000 onorevoli ospita attualmente 88 (52 del solo PDL) inquisiti, tra condanne pendenti, condanne passate in giudicato e rinvii a giudizio.
Nell'arco del 2011 nove onorevoli sono stati raggiunti da avvisi di garanzia e le Assemblee hanno rifiutato per otto volte l'autorizzazione a procedere presentata dai magistrati.
Scartabellando tra gli 88 uomini d'oro della nostra classe dirigente si trovano nomi celebri:
Umberto Bossi, leader della Lega, condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito nell'ambito dell'inchiesta sulla maxi-tangente Enimont.
La Lega, riscopertasi recentissimamente giustizialista, annovera comunque tra le sue fila 4 deputati e 2 senatori inquisiti.
Segue naturalmente la primula rossa della politica italiana: Marcello Dell'Utri, ex braccio destro del Berlusconi imprenditore ai tempi di Publitalia ed attuale stretto consigliere del Berlusconi politico, nonché co-fondatore di Forza Italia. Il 2011 per lui è stato l'anno della sentenza di appello: sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ancora senza condanna ma con sei processi pendenti il leader maximo del "partito degli onesti", Silvio Berlusconi, che entro Gennaio dovrebbe comunque vedersi arrivare la sentenza del processo Mills (corruzione giudiziaria) pena la prescrizione dello stesso.
Non fa parte del PDL, ma è stato un ministro del passato Governo, il deputato campano Saverio Romano, su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa (il suo numero di telefono è stato ritrovato nelle mani del boss Alberto Provenzano).
E' straordinariamente finito in galera (ma già ai domiciliari), in un incandescente giorno di metà Luglio che ha visto barcollare l'esecutivo, il magistrato-onorevole Alfonso Papa (inchiesta P4). Grazie ai voti della Lega in quell'occasione l'opposizione riuscì ad ottenere un insperato "si" alla richiesta d'arresto della Procura partenopea. Lo stesso giorno, però, il Senato salvava l'ex politico del PD Tedesco (corruzione).
Sul fronte delle inchieste, il 2011 è stato l'anno delle mignotte. Il processo Ruby da un lato e l'affaire Lavitola-Tarantini dall'altro, si sono infatti posizionati di diritto sotto i riflettori, contribuendo molto probabilmente a gettare quel discredito d'ampio respiro sull'immagine già indebolita di Berlusconi che, nella seconda metà dell'anno, ha poi causato la totale perdita di credibilità sulla scena internazionale del nostro esecutivo e la conseguente ondata speculativa.
Si potrebbe insomma dire che la nipotina di Mubarak ci ha quasi fatto fallire.
I fatti però risalgono a ben prima di quest'anno. Più precisamente alla notte del 25 Maggio del 2010,  notte in cui Ruby Rubacuori viene arrestata e portata in Questura per furto. La ragazza, senza documenti, viene trattenuta e sottoposta alle notoriamente lunghe procedure d'identificazione.
Quella stessa notte, alle 23:49, una telefonata fa sobbalzare il funzionario Piero Ostuni: dall'altro capo della cornetta c'è infatti il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, da Parigi per una missione diplomatica, il quale esercita notevoli pressioni affinché la ragazzina (nata il 1 Novembre del 1992) venga immediatamente rilasciata in quanto stretta parente di un capo di Stato estero. E' passata alla storia la risposta ironica del PM dei minori Fiorillo di turno in quella stramba sera di fine Maggio: "Se lei è la nipote di Mubarak, io sono Nefertiti!". Il magistrato vorrebbe trattenere la giovane per capire meglio in che razza di torbido giro sia finita, ma gli ordini dall'alto sono inequivocabili: bisogna rilasciarla alla svelta!
Quella stessa notte una vettura di grossa cilindrata, forse un'auto blu, arriva in Questura per prendere in consegna Ruby Rubacuori: sul sedile posteriore siede la "la consigliera ministeriale" (in realtà consigliera regionale) inviata dal premier in qualità di garante della giovane marocchina-egiziana: Nicole Minetti, ex cubista, ex igienista dentale, attualmente consigliera PDL della regione Lombardia. La donna, anziché prendere in consegna Ruby, la affiderà alle cure della brasiliana Michelle Coinceicao (che già conosceva la ragazzina magrebina: infatti nella rubrica telefonica la teneva sotto la dicitura "troia").
L'auto parte a tutta velocità e si perde nel buio della notte milanese. Ruby, le cui sorti sembrano destare un particolare quanto sospetto interesse del Cavaliere, ha evitato l'arresto ed il premier ha così modo di tirare un sospiro di sollievo.
Ma, pochi giorni dopo, il 5 Giugno, Ruby Rubacuori finisce nuovamente in Questura: a chiamar la polizia, questa volta, i vicini di casa della brasiliana che ospita la ragazza, allarmati dalle forti urla e dai rumori che, in piena notte, provengono dall'appartamento. Le due se la stanno infatti dando di santa ragione e Ruby denuncerà la propria ospite per percosse.
5 Giugno: ricordatevi questa data perché è quella dello scoperchiamento del vaso di Pandora. Molti fatti recenti sono dipesi da quella semplice baruffa tra ragazze extracomunitarie.
Questa volta la magistratura minorile gioca d'anticipo e vieta ogni contatto tra la magrebina e Nicole Minetti. L'entourage del premier è in subbuglio: qualcuno deve intervenire prima che Ruby venga sentita dai PM. Si muove Lele Mora, amico di vecchia data del presidente del Consiglio, il quale, con un colpo di scena degno di una telenovelas argentina, chiede di adottare la ragazza.
E' comunque troppo tardi: la nipotina di Mubarak ha ormai iniziato a vuotare il sacco. E' un fiume in piena ed i procuratori Forno e Sangermano non credono alle loro orecchie. La minorenne racconta dei festini di Arcore, rivela al mondo l'esistenza dei "bunga-bunga" presidenziali, delle "case gratis" in via Olgettina (soprannominata da qualche reporter smaliziato "orgettina"), e pronuncia ancora quel vezzeggiativo che era già uscito un anno prima, ai tempi dello scandalo Noemi: "papi".
Il quadro si fa via-via sempre più chiaro: Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora avrebbero reclutato prostitute per ravvivare i numerosi festini notturni del premier. E poco importava se, tra queste, ogni tanto ci finiva anche qualche minorenne.
La schiera di starnazzanti e procaci sgallettate veniva retribuita con vitto e alloggio gratis, nei quartieri residenziali di Milano Due e con lauti compensi che venivano elargiti dal ragionier Spinelli, collaboratore di vecchia data del premier, il cui ufficio di commercialista in Milano rientra stranamente sotto la tutela speciale degli uffici della presidenza del Consiglio e, per questo, impossibile da perquisire senza aver prima ottenuto il nulla osta del Parlamento. L'11 Febbraio la Camera dirà "no". Ha così inizio il lungo braccio di ferro tra la maggioranza e la Procura di Milano.
L'inchiesta, sotto il peso dei media, si infiamma e PM da un lato, Cavaliere dall'altro sembrano intenti a giocare una partita a scacchi che pare determinare le sorti della celebrazione del processo stesso. La Procura di Milano, infatti, si aspettava il diniego della Camera e sapeva che non avrebbe potuto mettere le mani sulle carte del commercialista Spinelli, ma non aveva perso tempo e aveva cercato le prove su cui montare il proprio teorema accusatorio altrove: tra le ragazze dell'Olgettina, le cui dimore, ancorché pagate dal premier, non godevano comunque di tutela istituzionale e potevano essere comodamente perquisite.
Il 17 Febbraio, sulla base delle testimonianze raccolte, il Gup Di Censo ritiene di avere materiale a sufficienza per rinviare a giudizio Silvio Berlusconi con l'accusa di prostituzione minorile e concussione («Silvio Berlusconi aveva l'evidente scopo di nascondere il reato di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne e voleva assicurarsene l'impunità che la giovane e poco controllabile Karima El Mahroug ben avrebbe potuto porre a rischio, quando fece pressioni sulla Questura di Milano affinché la 17enne marocchina fosse affidata con una procedura macroscopicamente anomala alla consigliera regionale Nicole Minetti» ). Si procederà con la formula del rito immediato, che consente di approdare a pié pari in dibattimento saltando la fase filtro dell'udienza preliminare.
Intanto il premier non sa più cosa rispondere ai giornalisti: prima sostiene di non aver mai parlato di nipoti di Mubarak e di essere intervenuto per puro spirito caritatevole, poi si rimangia tutto e tenta di giustificare la sospetta dazione di 60mila euro alla ragazza parlando di fantasiose "macchine laser antidepilazione" il cui acquisto avrebbe permesso a Karima El Mahroug di mettere in piedi un'attività di estetista e non finire sul marciapiede. Tutte balle incapaci di restare in piedi a lungo. Lo scandalo dilaga e fa velocemente il giro del mondo. Le autorità estere prendono le distanze e persino la Chiesa inizia a chiedere le dimissioni di Berlusconi.
Il processo, insomma, sembra destinato ad essere celebrato ed il caso è ormai in mano alla stampa di tutto il mondo. Quello che non sarebbe mai dovuto accadere è solida realtà, ciò che non si sarebbe mai dovuto sapere è sotto gli occhi di tutti.
La difesa di Berlusconi gioca allora un'ultima, disperata, paradossale, tragicomica carta: non potendo annullare il processo, bisogna tentare di giocarlo in casa, in un tribunale più favorevole e, soprattutto, rallentarne la celebrazione. Trovare insomma un cavillo che permetta di dichiarare Milano incompetente a procedere. Si tenta di far passare il reato di prostituzione minorile quale "reato ministeriale", ovvero, secondo Costituzione, rientrante nelle funzioni della carica di presidente del Consiglio.
Via quegli sguardi sbigottiti: a parlare per me non è lo spumante tracannato nelle feste. Questo è ciò che è davvero accaduto durante l'anno.
Se si assumesse, infatti, che il presidente del Consiglio era genuinamente e candidamente convinto che Ruby fosse la nipotina di Mubarak, si potrebbe anche ammettere -con qualche forzatura di troppo- che Berlusconi agì nell'interesse del Paese, nel tentativo di evitare imbarazzo diplomatico tra Italia ed Egitto. Insomma, sarebbe bastato avvallare la tesi secondo cui il premier si beve ogni balla, financo le più assurde, ed è quindi ad un passo dall'interdizione giuridica, per poter rinviare il processo del tempo necessario per mettere in campo prescrizione breve e processo express elaborati dall'On. Paniz, già relatore in Parlamento della imbarazzante e delirante tesi di cui sopra.
Questo accadeva sul far dell'Estate. La lettera della BCE il 4 Agosto e gli attacchi speculativi dell'Autunno hanno invece legato le mani all'esecutivo, impedendogli di occuparsi ancora di Giustizia.
Il 12 Novembre, incalzato dagli eventi (e dal tracollo finanziario delle proprie aziende), Silvio Berlusconi è stato costretto alle dimissioni, rassegnate solo al termine di una giornata convulsa ed infuocata durante la quale Napolitano era dovuto intervenire per rassicurare i mercati che già temevano colpi di coda e ripensamenti dell'ultimo minuto. Il premier raggiunge il Quirinale e trova ad attenderlo migliaia di persone che gli lanciano monetine e lo insultano pesantemente.
Ora dovrà affrontare da "semplice" onorevole -con lo scudo del "legittimo impedimento" che spetta a ciascuno di noi- il processo Ruby e tutti gli altri (Mills, Mediaset e Mediatrade) che affollano la sua agenda.
Lui, forse, dopo questi eventi qui frettolosamente riepilogati ha smesso, in compenso l'Italia, proprio a causa degli stessi, ha continuato ad andare a puttane...

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martedì 27 dicembre 2011

PAZZI DA LEGA-RE

Partirà stasera la tre giorni tutta leghista "Berghém frecc" nella quale la riscoperta Lega secessionista sbraiterà, ringhierà e rutterà contro il governo Monti, le tasse, l'Imu (introdotta guardacaso dal federalismo fiscale), la riforma delle pensioni (che ha solo permesso all'Italia di allinearsi alla media europea) e, soprattutto, contro Roma ladrona.
Facile prevedere, dopo le buffonate platealmente messe in scena a favore di telecamera nei giorni della fiducia all'ultima manovra (la deputata leghista vestita da operaio e la bagarre in Senato capeggiata dall'ex ministro Calderoli), toni accesi, parole forti e provocazioni destinate alle prime pagine dei giornali.
Del resto il partito di Bossi, per aver condotto il Paese sull'orlo del baratro ed appoggiato fino all'ultimo Berlusconi, è in caduta libera di consensi e dovrà riguadagnare la fiducia della propria base quanto prima se vuole mantenere una posizione di tutto rispetto nell'emiciclo parlamentare.
Peccato solo che non esista una sorta di "libro nero" del politico, sulla falsariga di quello che conservano le banche e gli istituti di credito. Così come un imprenditore fallito viene allontanato dal mondo dell'impresa ed un cattivo debitore dalla possibilità di ottenere nuovo credito, bisognerebbe anche marchiare a fuoco i politici che ci hanno traghettato ad un passo dallo sfacelo.
Troppo facile, per la Lega, passare al contrattacco, schierarsi dalla parte dei cittadini più deboli ed inscenare scadenti pantomime riesumate dal loro repertorio del 1994, dopo esser stati alla guida del Paese negli ultimi 18 anni ed aver avvallato, in silenzio, le leggi ad personam di Berlusconi.
Troppo facile, ora, cadere dal pero, risvegliarsi dal lungo sonno della convenienza politica e puntare i piedi contro manovre emergenziali che la loro stessa acclarata incapacità ha contribuito a rendere obbligatorie per la nostra salvezza.
Troppo facile e assai ipocrita smarcarsi dalla pesante responsabilità pubblica che portano sulle spalle, allontanarsi da un Berlusconi ormai appestato e giocare il tutto per tutto sperando nella proverbiale "cattiva memoria" degli italiani.
Ma certe cose non possono e non devono essere dimenticate! La Lega Nord, assieme al PDL, ha portato l'Italia alla rovina ed il fallimento è tutt'altro che scongiurato. Invece di fare mea culpa, e cospargersi il capo di cenere il Carroccio che combina? Esibisce un rinnovato scarso senso dello Stato e subito approfitta di questo fragile periodo di decantazione per fare campagna elettorale e ripulirsi dal lordume che tutti questi anni di malgoverno gli hanno appiccicato addosso.
Resta da sperare che gli italiani, specie quelli che rincorrono le sirene padane, conservino in modo nitido in mente il ricordo che Bossi, Calderoli, Maroni e celtica compagnia sono POLITICI FALLITI, da evitare come la peste. Ed è già tanto che non si possa andare a chieder loro i danni, perché il peso di questa manovra economica d'emergenza dovrebbe essere sopportato solo da questi sedicenti professionisti della politica.

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venerdì 23 dicembre 2011

LETTERA A GESU' BAMBINO


Caro Gesù bambino,
tu sei nato in una stalla e forse non puoi capire, ma chi professa la fede in nome e per tuo conto, facendone una professione assai redditizia, oggi dispone, su tutto il territorio nazionale, di qualcosa come 50 mila immobili. Cinquanta mila immobili completamente ed ingiustificatamente tax free.
Nessuno pretende che le chiese, le parrocchie e le basiliche paghino le tasse, ma dove le mettiamo le oltre 220 scuole private che fanno pagare agli studenti rette assai salate e che vengono comunque sovvenzionate con i soldi dello Stato (non eri forse tu che dicevi "date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"?)? Dove il centinaio di case di cura ed ospizi che, molto cristianamente, ospitano solo chi se lo possa permettere?
E poi ci sono gli alberghi, le abitazioni date in affitto ed una marea di altre attività imprenditoriali: su 50 mila immobili si stima che almeno 30 mila con il culto della fede abbiano ben poco a che vedere e siano votate invece al culto del bieco capitalismo.
Questo per non parlare poi dell'8 per mille, che con un giro strano finisce sempre e comunque nelle sante casseforti del Vaticano nel caso il cittadino non esprima altre preferenze. Miracolo del commercialista o dogma dello Ior?
Inoltre, caro Gesù bambino, devi sapere che se la Chiesa non inizierà a pagare l'Ici/Imu, c'è la seria possibilità che l'Italia venga multata dall'Europa per aiuti di Stato, severamente proibiti dai Trattati comunitari. Gli hotel di lusso gestiti da suore e preti, che si affacciano magari nel quartiere residenziale del Parioli o nella centralissima piazza Farnese, non pagando alcuna tassa, sono di fatto agevolati rispetto alla concorrenza e si possono permettere di praticare prezzi inferiori. Diciamo pure "sleali". Che scherzi da prete, vero?
Le tue care pecorelle hanno appena dovuto subire, a denti stretti, una manovra finanziaria particolarmente dolorosa ed iniqua, che ha colpito soprattutto i più poveri ed i più deboli. Capisco che gli ultimi saranno i primi, ma perché non alleviare un po' delle nostre numerose sofferenze dicendo ai tuoi proseliti militanti di iniziare a pagare le tasse?
Gesù bambino mio bello, pensa che se la Chiesa pagasse l'Ici, si stima che all'erario andrebbero tra il milione ed il milione e mezzo di euro, e forse anche qualcosa in più visto che il Vaticano non si è mai degnato di comunicare allo stato italiano l'elenco completo del proprio patrimonio immobiliare.
Insomma, quest'anno, per Natale, vorrei solo un po' più di equità, ma Ratzinger e compagnia santa fanno orecchie da mercanti... mercanti nel tempio.
Mi prometti che ce la metti tu una buona parola?
Grazie e buon Natale.
Carlo.

martedì 20 dicembre 2011

SULLA STESSA LUNGHEZZA D'ONDA


Forse, anche se in zona Cesarini, ad una delle numerose (se ne contano oltre 40) leggi ad personam/ad aziendam di Berlusconi sarà impedito di vedere la luce. Parlo naturalmente di quella che avrebbe istituito il cd. beauty contest, ovvero un'assegnazione a titolo gratuito delle frequenze rimaste libere del digitale terrestre. L'etere, che è di proprietà dello Stato, al pari di una spiaggia, di un fiume o di un monte, sarebbe dovuto esser ceduto in modo proporzionale agli altri maggiori detentori delle frequenze televisive. Nemmeno un regalo a fondazioni e associazioni no profit: no, le briciole sarebbero state spartite tra Rai e Mediaset.
Ma se lo Stato non si sognerebbe mai di vendere una spiaggia (qualche "folle" ci aveva pensato) -al più le concede in affitto per lunghi periodi di tempo-, viene da chiedersi allora come mai si sarebbe liberato, senza troppi ripensamenti, di un bene che, negli altri Paesi, ha saputo fruttare tra i 4 ed i 5 miliardi di euro. Un sesto dell'attuale manovra economica di Monti!
Senza considerare che i beneficiari del regalo, a loro volta, avrebbero potuto rivendere le medesime frequenze ma, questa volta, a titolo oneroso (se il Berlusconi legislatore regala al Berlusconi imprenditore un bene statale e questi ne trae un ingiusto guadagno, non è forse peculato?)
Una ingiustizia bella e buona, soprattutto ora che l'Italia si trova nell'evidente difficoltà di risanare il proprio debito pubblico raschiando il fondo del barile da statali e pensionati.
Sabato da Fabio Fazio il ministro per lo Sviluppo Corrado Passera è stato chiaro: "Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani, pensare che un bene di Stato possa essere dato gratuitamente non è tollerabile. Verosimilmente non lo tollereremo."
Dal canto suo Berlusconi ieri, nella pausa del processo Mills, ha nuovamente affermato: "Con il diffondersi delle frequenze queste non hanno più valore in quanto i costi per i loro contenuti superano grandemente i ritorni che si possono avere. Non credo che ci sia qualcuno particolarmente interessato a un investimento per ottenere la frequenza." Come a dire: per non correre il rischio di chiudere infruttuosamente l'asta, tanto vale regalarmene.
Ad ogni modo, le parole del Cavaliere ci rasserenano: se la sua azienda di famiglia non è interessata a quelle frequenze, allora i maligni non hanno modo di credere e paventare che, in Parlamento, il PDL tenterà di ostacolare con ogni mezzo la relativa proposta di legge.
E se poi l'asta dovesse chiudersi con un bel nulla di fatto, pazienza: quel bene pubblico rimarrà sempre nelle casse dello Stato e potrà essere magari (s)venduto in un prossimo futuro qualora ve ne fosse l'urgenza.

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domenica 18 dicembre 2011

ANEMONE E IL PESCE PAGLIACCIO, PARTE II


E' finalmente sfociata in una inchiesta della magistratura l'imbarazzante, quanto grottesca e ridicola faccenda che ha visto l'ex ministro Claudio Scajola beneficiario di una casa regalatagli a propria insaputa.
Ne abbiamo parlato a lungo su questo blog, dal momento che era impossibile evitare di sfottere, anche pesantemente, chi aveva avuto la sfrontatezza di presentarsi davanti ai cittadini al solo fine di insultarne l'intelligenza (non bastasse l'insostenibile fatto che la Casta ci costa come un palmare d'ultima generazione al minuto, i suoi esponenti si divertono a farci bere le scuse più stupide).
Ad ogni modo, bisogna anche dar atto a Scajola di essere stato l'unico, tra i tanti "ministri vergogna" della passata legislatura, ad essersi dimesso, oltretutto senza nemmeno attendere il rinvio a giudizio (che è appunto arrivato, con notevole ritardo, soltanto in questi giorni). Ma ciò non basta, naturalmente, a ripulire l'immagine del politico imperiese.
Al centro dell'inchiesta la famosa casa con vista Colosseo che tanto piaceva all'ex Ministro dello Sviluppo Economico. Quella volpe di un ministro pensava di aver spuntato la trattativa di 200metri di appartamento con finestre sulla Storia al misero prezzo di 610mila Euro, contro un prezzo di mercato che si aggira attorno ai 2 milioni. Del resto quando c'è l'astuzia, quando c'è l'innata capacità affabulatoria, concludere simili affari è uno scherzo!
Peccato solo che la somma mancante, ovvero il milione e centomila Euro, ce la mise il famigerato imprenditore Anemone, già nell'occhio del ciclone per l'appaltopoli del G8 (di cui questa inchiesta romana costituisce uno stralcio importante).
Come dimenticare le parole di Scajola: "non posso accettare l'idea di vivere in una casa che potrebbe non essere stata pagata da me" e l'imbarazzante intervista a Bruno Vespa che precedettero le drammatiche ore della sua capitolazione ("inseguo le rassegne stampa per capire di cosa si parla")? 
Ad un anno e mezzo da quegli eventi, l'ex ministro deve finalmente aver capito, perché la memoria difensiva depositata in tribunale presenta adesso una tesi assai diversa da quella della prima ora. Non più un acquisto a sua insaputa, un raggiro ordito alle sue spalle, un trappolone massmediatico, ma semplicemente un "regalo di un amico".
Dunque, gli 80 assegni fatti transitare da Anemone alle alienanti dell'immobile tramite l'architetto Zampolini ("forse era presente alla firma del rogito, ma c'era tanta gente..."), la cui esistenza in un primo tempo pareva del tutto ignota a Scajola, costituirebbero ora un regalo. Un regalo da un milione e centomila euro, a cui aggiungere i 100 mila per la ristrutturazione dello stesso immobile i quali, assieme alla ben nota lista di regalucci (tra cui spiccava anche un "frullatore per il Ministro") configurano in modo serio e credibile l'esistenza di un rapporto di corruttela tra l'imprenditore e l'esponente dell'esecutivo Berlusconi.
All'ex ministro allo Sviluppo Economico, ora, l'onere della prova di essere totalmente estraneo all'accusa che gli viene mossa di finanziamento illecito, possibilmente senza giocare l'intera partita sul terreno della prescrizione: non dovrebbe essere difficile, per chi si è sempre detto "totalmente estraneo all'intera faccanda", essere prosciolto, magari anche a propria insaputa.

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martedì 13 dicembre 2011

L'ITALIA HA BISOGNO DI EROI PER CONTINUARE A SOGNARE

Sparito Berlusconi, l'Italia si è scoperta -e sai che scoperta- orfana di una classe politica.
Apparso Monti, tutti, a partire dai cittadini, sono corsi ad implorarlo di risolvere i problemi, di sbloccare un Paese rimasto orribilmente immutato (se non peggiorato) da 18 anni a questa parte, di farci uscire dalla crisi, farci restare nell'Euro, assicurarci un lavoro, lasciarci le pensioni, ridimensionare la Casta, azzerare gli sprechi, combattere la criminalità, fermare l'immigrazione clandestina...
Il Professore ha già il merito di averci liberato da Berlusconi e dal degno compare Bossi, per tutto il resto un Super Mario da solo non basta e non può certo fare miracoli.
Questa nostra innata capacità di demandare i nostri problemi a qualcun altro, che dovrà restare sveglio a risolverli al postro nostro, lasciandoci così il tempo di apprezzare le cose belle della vita, rivela che in fondo non abbiamo capito nulla.
Se dopo diciotto anni di berlusconismo, di stupendi sogni tramutati in orribili e boccaccesche realtà, stiamo ancora qui a dar fiducia ai sedicenti eroi, a cercare, con il lanternino, nuovi "uomini della Provvidenza", allora non solo è vero che abbiamo la classe politica che ci meritiamo, ma anche che gli italiani sono fatti per la dittatura, come diceva Ennio Flaiano.
Lo dimostra l'ultima esternazione del simpatico D'Alema, il quale, alle proteste dei sindacati sulla manovra Monti, ha risposto stupito se stessero forse rimpiangendo Berlusconi. Come a dire: in Italia funziona così: o da uno o da un altro devi farti inculare...
A 'sti punti, acclarato che non esistono possibilità di migliorare, mi chiedo allora se c'era davvero bisogno di mandare a casa il Cavaliere: con lui, almeno, ci si divertiva ed io avevo materiale per scrivere ogni giorno...

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giovedì 8 dicembre 2011

L'ULTIMA CENA DELL'EURO?

Le decisioni sul futuro dell'unione monetaria saranno prese -se sarà possibile trovare un accordo tra i 27 leaders- dopo la malinconica cena di lavoro che si sta tenendo proprio in queste ore a Bruxelles. Una cena che rischia di rimanere sul gozzo a molti rappresentanti dei Paesi membri volati in tutta fretta nella capitale dell'Eurozona per tentare di salvare il destino dell'economia del Vecchio Continente. Del resto viene chiesto a 27 Paesi diversissimi tra loro di fare, in poche ore, ciò che non è mai stato fatto in sessant'anni: dare una dimensione politica all'Euro, che fin'ora ha solo avuto quella valutaria.
Il collo di bottiglia, fin dalla stipulazione del trattato istitutivo della Comunità europea, è sempre stato quello. I Paesi membri erano sì disposti a creare un mercato comune, ma niente di più, temendo limitazioni alla propria sovranità nazionale ed ingerenze nella propria sfera interna.
Quel libero mercato senza dazi e frontiere nato sotto il segno di Schengen negli anni si è evoluto parecchio, ma la dimensione politica è sempre rimasta in secondo piano, bocciata da più parti, nonostante l'Europa si fosse via via dotata di istituzioni quali un Parlamento che legiferasse, un Consiglio che la rappresentasse sulla scena globale ed una Corte che uniformasse i diritti vigenti di tutti i membri. E se da un lato queste istituzioni lavoravano, in silenzio, per rafforzare l'aspetto politico, dall'altro i governi nazionali continuavano ad agire al di fuori dell'ottica comunitaria, legiferando in aperto contrasto con i Trattati, prevedendo proibizionismi economici e nascondendo i propri deficit di bilancio alle autorità di Bruxelles.
L'Unione europea, così com'è attualmente, è un lento pachiderma che non può che inseguire strutture più agili e flessibili come quelle che reggono Cina, Russia e USA. Può legiferare solo in talune materie, molte delle quali di scarsa rilevanza, non riesce ad imporre le proprie direttive agli Stati membri e non può rivedere i trattati senza il nulla osta di tutti i suoi componenti.
Le spinte dei mercati, l'aggravarsi della crisi e la possibile morte anticipata della stessa unione monetaria ora chiedono a quei 27 Paesi di deglutire l'amaro calice e mettere nero su bianco il progetto di una nuova Unione europea. Già, ma quale Unione europea? Quella, naturalmente, voluta dai Paesi ricchi, dai membri virtuosi, che vantano un PIL invidiabile e un debito sovrano assai contenuto. I Paesi del Nord Europa, insomma, che non hanno intenzione di sprofondare per colpa di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda e stanno già disegnando una unione monetaria elitaria che comprenda solo chi dicono loro. Tutti gli altri faranno parte della "serie B" del Vecchio Continente, destinata ad avere una moneta più debole ed una forte ingerenza sulle materie interne (in particolare sulle politiche economiche) da parte dei Paesi più ricchi. Formalmente le finanze di questi Paesi più sfortunati saranno sottoposte al controllo delle istituzioni comunitarie; di fatto verranno invece valutate da questo ristretto circolo un po' snob, ovviamente già pronto a modificare l'assetto istituzionale dell'Eurozona a proprio vantaggio.
Con la scusa della crisi, dietro lo spauracchio della fretta, questa sera la Germania e gli altri Paesi da lei selezionati per mettere assieme la ristretta cerchia che comporrà l'Eurozona ricca, potrebbero stracciare i vecchi trattati ed imporre all'intera Comunità soluzioni che, normalmente, richiederebbero un iter legislativo lungo e complesso, oltre che il nulla osta di tutti i 27. Sul fatto che non ci sia più il tempo per procedere secondo le vie tradizionali siamo d'accordo, così come sappiamo bene che sia impossibile rivedere l'assetto comunitario con il deleterio sistema in cui è sufficiente un singolo veto per mandare all'aria tutto. Questo però non si deve tradurre nell'accantonamento delle guarentigie democratiche per lasciare campo libero ad una Germania che pare voler approfittare del dramma contigente per dare sfogo alle proprie velleità egemoniche. La Merkel, in prossimità delle elezioni, mira infatti a risollevare la propria popolarità portando a casa un risultato insperato: non solo slegarsi dalle economie più deboli, lasciandole al destino di un "Euro leggero", ma anche ottenere formalmente il comando di quell'Europa che, nelle intenzioni dei padri costituenti, doveva essere di primus inter pares, senza comandanti e senza comandati...

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lunedì 5 dicembre 2011

NON CI SORRIDONO I MONTI

Alla luce dell'indubbia capacità del presidente Monti di indorare la richiesta di importanti sacrifici rivolta ai soliti noti con un colpo di scena assai teatrale ("rinuncio al mio compenso per la carica di presidente del Consiglio e a quello da Ministro dell'Economia") e delle lacrime da coccodrillo del Ministro Fornero (video), che le hanno impedito di pronunciare l'ultima sillaba della parola "sacrifici", ben si spiega come mai, quella vecchia volpe di Berlusconi, in cambio dell'appoggio a questo Governo abbia voluto e ottenuto che nessuno del "Monti-magic-team" si ricandidasse alle prossime politiche. Pensavamo infatti di mettere il Paese nelle mani di tecnici algidi, schivi e poco avvezzi ai riflettori, invece ci ritroviamo guidati da politicanti nati, attori consumati, esperti venditori di fumo.
Sotto i riflettori lor signori ci sanno stare benissimo. Monti dovrà forse lavorare sulle numerose pause che butta a casaccio qua e là che rendono ogni sua frase, complice la tonalità monocorde della voce, più soforifera della valeriana, ma per il resto la "prima" di ieri può dirsi superata a pieni voti.
E questo nonostante la manovra presentata butti nel dimenticatoio la "giustizia sociale", puntando ancora una volta su provvedimenti che tartassano i ceti medio-bassi.
Nessuna seria lotta all'evasione, che non si combatte certo abbassando la tracciabilità a mille euro (si tradurrà solo nel fatto che dovrete pagare con carta di credito il televisore al plasma che acquisterete dall'Euronics, non certo a strappare l'agognata fattura al professionista-artigiano-lavoratore autonomo al quale vi siete rivoli. PUNTO), nessun taglio di rilievo alla "casta" (l'abolizione delle Province? Campa cavallo: l'iter di revisione costituzionale non verrà completato prima della fine dell'attuale legislatura, i tagli delle giunte faranno risparmiare somme simboliche, più di propaganda che non davvero utili a batter cassa; deleterio poi che restino i comuni sotto i 1000 abituanti), nessuna IRPEF bella corpulenta per i più ricchi, nessuna patrimoniale, nessuna abolizione delle corporazion... pardon, degli ordini professionali (i quali, finché esisteranno, continueranno ad ostacolare qualsiasi riforma seria e liberale del mondo del lavoro), nessun ridimensionamento delle pensioni d'oro...
Insomma, i 30 miliardi di Euro verranno presi da coloro che non possono evadere, dai tartassati per antonomasia: pensionati, pensionandi (che vedranno procrastinata la fatidica data di pensionamento) e statali. Ridicola, poi, la tassa dell'1% sui capitali scudati: quelli, una volta legalizzati, sono stati prontamente ridepositati nei caveau svizzeri. I ritardatari hanno provveduto nei mesi scorsi, quando l'ipotesi di un ulteriore balzello rispetto all'irrisorio 5% originariamente concordato col Governo Berlusconi aveva iniziato a circolare con insistenza. Morale: gli ex evasori continueranno ad evadere, ma ora sono formalmente in regola col Fisco.
Odioso l'aumento di 2 pt. percentuale dell'Iva. Odioso perché altamente anti-democratico dato che avrà un peso inversamente proporzionale al benestare personale di chi va a fare la spesa. Del resto, una cosa è pagare il 23% di Iva su 20 litri di carburante fatti alla propria Panda, un'altra è pagarli su 20 litri fatti ad una Porsche nuova fiammante.
Torna l'Ici, con una doppia imposta sulla casa, ma ovviamente -mysterium ecclesiae- la Chiesa resta esclusa, persino per le sue numerosissime attività commerciali dalle quali sarebbe legittimo senonché doveroso pretendere il pagamento delle tasse, come peraltro vorrebbe Bruxelles.
Passata in cavalleria la vociferata stretta sulla donazione gratuita delle frequenze televisive -cd. beauty contest- chiesta oltretutto più volte dall'Europa per aprire il mercato alla concorrenza: abrogando quer pasticciaccio brutto del decreto Romani (norma ad aziendam pro Mediaset) si sarebbe potuto bandire un'asta pubblica ed ottenere quasi 5 miliardi, invece l'etere -che è di tutti- verrà presto regalato al gruppo televisivo di proprietà della famiglia Berlusconi.
D'accordo: il Monti-magic-team non poteva fare miracoli, specie dovendo convivere con un Parlamento che lo sostiene a suon di ricatti, ma questa manovra è la peggiore espressione del pensiero berlusconiano, dato che non fa sopportare il peso della crisi alla classe dirigente, colpisce solo i deboli, e non fa sviluppo, con la gargantuelica aggravante che sarà convalidata anche dal PD. E questo non la rende certo più digeribile...

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sabato 3 dicembre 2011

LA SFIDA DI MONTI: TRASFORMARE LA RAI IN UN SERVIZIO PUBBLICO

Ha suscitato forti polemiche il fatto che il presidente del Consiglio Monti Lunedì sarà a Porta a Porta per illustrare la maxi-manovra che tutti -soprattutto il ceto medio e quello povero- temono. Di Pietro ha ironizzato parlando dello studio di Vespa quale la "terza Camera" del Parlamento, dall'UDC si sono levati commenti non meno taglienti. Il PD, al solito, tace.
Questa volta, però, la polemica mi sembra sia totalmente fuori luogo. Anzi, l'agire di Monti dovrebbe essere interpretato solo alla luce del fatto che il premier abbia una personalità ben diversa da quella del figuro che lo ha preceduto. Non sarà quindi una serata all'insegna dell'avanspettacolo, zeppa di ballerine, barzellette e cabaret, studiata fin nei dettagli dagli autori più in voga a Mediaset per indorare al pubblico beota collegato da casa l'amara pillola. Semmai, quella in onda sull'ammiraglia Rai, rischia di essere una trasmissione noiosa, "tecnica", piena di paroloni difficili e riferimenti ad un mondo dell'alta finanza che i più quasi totalmente ignorano.
Allora, dico io, perché guardare con malizia alla decisione di Monti di restituire, finalmente, alla RAI il proprio ruolo di servizio pubblico?  Perché piovono critiche se ha deciso di rispolverare quella qualità di "televisione di Stato" che la rende naturale megafono delle comunicazioni istituzionali? Perché, soprattutto, chiedere di organizzare, al posto dell'esclusiva di Vespa, una conferenza stampa alle quali le emittenti possano o meno collegarsi -lo vorrebbe l'Aduc-? Per permettere forse anche a Mediaset di trattare lo speciale?
No: la televisione di Stato è una ed i contribuenti la finanziano anche e soprattutto per questo genere di servizi. 
Dimentichiamo quindi le innaturali commistioni tra res publica, privato, reti aziendali e servizio pubblico alle quali l'altro premier ci aveva, ormai, abituato. Rientriamo nell'ordine di idee pulito ed ordinato che esisteva prima di questo lungo, velenoso e deleterio, ventennio, durante il quale troppi paletti sono venuti meno, troppe guarentigie democratiche sono saltate, troppe authorities azzerate o ridotte al ruolo di semplice presenza scenica.
Per le polemiche sull'operato di Mario Monti attendiamo, almeno, di avere sotto il naso il suo "pacchetto" di riforme. Criticarlo con tanto anticipo ora fa solo il gioco dei tanti politici invidiosi del fatto che il Professore, dopo aver sottratto loro il Parlamento, sottragga anche le luci della ribalta. I politici, del resto, possono anche vivere lontano dalla politica, ma non dai salotti televisivi...

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