Con la morte di don Verzé è morta anche la possibilità di far luce sui tanti segreti che ruotano attorno al San Raffaele, quel centro ospedaliero d'eccellenza in grado di competere con le maggiori cliniche del Nord Europa sprofondato in uno dei crack finanziari più neri della storia per colpa di una pessima e fraudolenta gestione amministrativa.
Scavare nel passato della struttura ospedaliera del prete-manager non è facile: attorno ai profitti della clinica si sono infatti avviluppati, negli anni, gli interessi di aziende private, di uomini politici e persino di Comunione Liberazione.
Scartabellando i libri contabili, gli inquirenti sono riusciti ad individuare un primo filo d'Arianna che dimostrerebbe come il denaro venisse distolto dal fisco e dalla struttura, tramite il solito giro di fatture gonfiate, per arrivare nelle casse di una decina di società "teste di ponte" tutte riconducibili al consulente finanziario dell'ospedale Pierangelo Daccò (attualmente in custodia cautelare con l'accusa di bancarotta fraudolenta del San Raffaele) e ad altri uomini illustri di Comunione Liberazione, vertici della Regione Lombardia inclusi. Un giro incessante di milioni di euro partito dal braccio destro di don Verzé, quel Mario Cal morto suicida nel proprio ufficio in piena estate, quando lo scandalo era appena arrivato sui giornali. Un giro di milioni di euro fatti sparire in conti esteri che, a poco a poco, ha soffocato il San Raffaele, seppellendolo sotto una passività che ad oggi ammonta al miliardo e mezzo di Euro.
La truffa societaria più vecchia del mondo: si toglie alla società per arricchire illecitamente alcuni privati che possono essere amministratori, soci o collegati a vario titolo alla stessa (anche i preposti ai controlli, ad esempio). Nella medesima inchiesta rientrava, in qualità di indagato, il fondatore del San Raffaele, don Verzé, che fino all'ultimo ha combattuto come un leone, rispondendo colpo su colpo alle accuse che gli venivano mosse. In privato lavorava con i suoi avvocati per prepararsi al processo, sul fronte pubblico mirava ad ottenere il consenso dell'opinione pubblica in una pluralità di modi: non ultima l'infuocata lettera ai giornali scritta forse più per protestare contro l'umiliazione della perquisizione dei propri uffici e della propria villa, che non per ripulire il nome della clinica dal lordume della bancarotta fraudolenta.
Nonostante la veneranda età, il prete-manager aveva dimostrato una sorprendente vitalità e lucidità. Don Verzè non si era perso d'animo e non sembrava affatto intimorito né dalle pesanti ipotesi accusatorie, né dallo scandalo dato in pasto ai giornali. Del resto non era la prima volta che la magistratura intralciava i suoi affari: prima che alcuni media inizino un precoce quanto fuoriluogo processo di beatificazione e santificazione è bene ricordare i numerosi trascorsi giudiziari che hanno punteggiato la sua lunga, fortunata e discussa carriera di manager milionario.
I primi risalgono al 1975, quando viene condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione per tentata corruzione volta ad ottenere convenzioni con l'Università statale di Milano e sovvenzioni della Regione Lombardia.
Nel 1977 una nuova incriminazione infanga l'abito talare: istigazione alla corruzione, ma la prescrizione lo salva dalla comminazione della pena (Pinotti e Gümpel, L'unto del Signore, 2009, p. 63).
Nel 1995 don Verzé è condannato a 5 mesi di reclusione e 70 milioni di lire di multa per abusi edilizi collegati all'ampliamento della struttura ospedaliera. Una pena da molti giudicata irrosoria seguita a stretto giro da una nuova condanna dal forte sapore farsesco: 10 giorni di reclusione e 600 milioni di multa, nel '98, per aver reiterato il reato. Bruciata la condizionale, Don Verzé ha poi delegato la gestione amministrativa del San Raffaele, almeno formalmente, al suo braccio destro Mario Cal.
Nel 2011 è stato invece salvato dall'incombere della prescrizione dall'accusa di ricettazione di opere d'arte: condannato ad 1 anno e 4 mesi in appello con conferma della Cassazione ("Don Verzé era al corrente della provenienza illecita dei quadri") la sentenza diventa cartastraccia perché vergata con ritardo.
Non possono essere dimenticate, anche se non portarono ad alcuna sentenza di condanna, le vicende delle rotte di aerei misteriosamente mutate per favorire i terreni del San Raffaele e di Edilnord (la società di Berlusconi) e l'inchiesta, ben più recente, della magistratura che ipotizzava collusioni tra don Verzé ed un agente del Sismi (già noto alle cronache) Pio Pompa -vedi Agente Feltri con licenza d'uccidere pubblicato su questo stesso blog nell'Agosto '10-.
Quanto alla prima, parrebbe che Don Verzé e Berlusconi avessero pesantemente manipolato le carte topografiche al fine di ottenere lo spostamento delle rotte degli aerei in partenza ed in arrivo da Linate, che transitavano proprio sopra Milano 2 ed il San Raffaele (Pinotti e Gümpel, L'unto del Signore, 2009, p. 62).
Quanto all'affaire SISMI, la magistratura ipotizzava che Don Verzé riuscisse ad ottenere in anteprima informazioni sul mondo politico ed istituzionale al fine di avvantaggiare i propri affari imprenditoriali.
Don Verzé, insomma, era abituato a confrontarsi con i PM. Non a caso in una lunga intervista ad Aldo Cazzullo del 2004, dichiarò che il procuratore aggiunto di Milano Francesco Saverio Borrelli, il quale più volte lo mise alla sbarra, fosse "l'incarnazione del male" ma, nonostante questo, non riuscisse a provare odio nei suoi confronti.
Un'intervista che fece scalpore, così come ha fatto scalpore la lettera che ha scritto il 2 dicembre scorso con la quale, più che assumersi le responsabilità del tracollo finanziario, il presbitero veneto pareva volersi paragonare a Cristo crocifisso.
Forse è stata proprio questa la più grande peculiarità di don Verzè, il misterioso, ammirato, ammaliante, intelligente uomo d'affati che ha saputo racchiudere, nella propria persona, la spietatezza e la lungimiranza dell'imprenditore con la carità cristiana del religioso devoto.
Con la sua morte verranno seppelliti molti misteri e la gestione del San Raffaele passerà definitivamente alla Banca vaticana dello Ior che saprà scudare meglio gli interessi privati legati al centro d'eccellenza lombardo.
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un miliardo e mezzo di euro di passivo... una cifra incredibile, hai voglia a falsificare fatture...
RispondiEliminaGià, quando i controllori vengono lautamente stipendiati dai controllati si arriva anche a scempi simili...
RispondiEliminaIrene