Avrei potuto dire “grandi”, “bravissimi”, “spumeggianti” o altri aggettivi simili, tanto usati quanto inflazionati. Ma poi mi sono reso conto che per sintetizzare con un solo vocabolo lo spettacolo teatrale portato in scena da Corrado e Caterina Guzzanti, oltre che dallo strepitoso Marco Mazzocca, occorreva un termine d'eccezione. Qualcosa che non si spende sempre e che non si trova tutti i giorni.
Alla fine la scelta è caduta su “gargantuelico”, che mi pare abbia tutto: spaventa, affascina e ti convince a credere che una cosa gargantuelica sia tale per forza.
Poi, vabbé, è pure l'una passata del mattino. Probabilmente anche la stanchezza della giornata trascorsa avrà avuto un suo peso sulla questione. Ma del resto quando devo scrivere... devo scrivere (quando scappa...).
Premetto che ho avuto la grandissima occasione di assistere a ben due spettacoli di Guzzanti nella medesima stagione. Qualcosa che non mi ricapiterà mai più. La prima ospite di amici milanesi allo Smeraldo e la seconda qua all'Ariston di Sanremo e ve lo dico perché, nonostante conoscessi più o meno a memoria l'impalcatura dello show, la replica (cioé quella di stasera) non mi è sembrata affatto tale!
Questi sono i Guzzanti! Tre ore esatte di spettacolo che scorrono tutte d'un fiato, anche se in replica. E non tutti gli artisti, non tutti i comici, possono vantarsi di un simile riscontro.
Anche perché di comico, nello spettacolo firmato dalla premiata ditta “Guzzanti-Mazzocca” c'è ben poco. Mi sono appena accorto di aver usato un termine sbagliato.
C'è satira. Ecco, quella tanta (ma non è mai abbastanza), ma non c'è mai commedia. Lo spettacolo resta sempre incatenato alla realtà e ai problemi di più stretta attualità. Non c'è tema che resti fuori. Anzi, Corrado s'assicura persino di inserire qua e là ciò che magari non viene nemmeno riportato dai media.
Lo scheletro sul quale l'intera struttura si regge è l'Italia. Potevo dire la “politica”, visto che lo spettacolo si apre con Tremonti, prosegue con Bertinotti e tocca l'apice con Di Pietro e Maria Stella Gelmini, ma non sarebbe stato esatto. La satira dei Guzzanti colpisce l'Italia nella sua essenza, nel suo modo di cambiare, vedere, toccare, e avvertire le cose. L'Italia e la politica, appunto, ma anche l'Italia e il populismo, l'Italia e la religione, l'Italia e la crisi economica...
Nelle tre ore di spettacolo si avvicendano sul palco i personaggi stereotipati -ma sempre aderenti alla realtà- che incorporano le tematiche appena elencate. La miss svampita ci parla dei giovani, dei loro sogni, della loro ignoranza e solleva la critiche, le domande e le perplessità che solo qualche mese fa hanno fatto mettere in croce Lerner creando uno scontro tra La7 e Canale 5 (la rete di Ricci e delle sue veline); l'inossidabile padre Federico racconta invece l'Italia credente, quella ancorata a valori del passato, sbiaditi, dimenticati. Non a caso il povero sacerdote anela telefonate da casa che non arriveranno mai, segno che il rapporto tra Chiesa e giovani si è interrotto. La prima non capisce i secondi e questi ultimi hanno difficoltà a comunicare con la prima (da applauso la battuta del padre: “sono le 23.30... non arrivano telefonate perché a quest'ora i ragazzi tornano tutti dalle discoteche”).
Poi c'è un trittico sublime, che introduce il rapporto “Italia-politica”: Tremonti, Bertinotti e Gelmini.
Il Ministro dell'Economia è rappresentato come un nobile settecentesco: coperto d'oro e lontano dalla gente (a pensarci bene è una rappresentazione papalina sempre attuale...). Sa che le cose vanno male ma deve fingere che la crisi sia passata per...contratto! E imbroglia le carte con giochi matematici un pochino napoletani.
Il secondo è il fantasma di una sinistra ormai sepolta. Elegge a dominus matti internati nelle case di cura, combatte senza più convinzione un capitalismo morente ma comunque dilagante e denuncia l'incredibile incapacità della sinistra a governare e a stare insieme. Ma attenzione: è tutto un trucco. La sinistra, in realtà, non vuole governare! No, non vuole simili responsabilità! Perché, si sa, quei valori possono essere appoggiati e condivisi solo dai giovani e i giovani faticano a mettere la testa a posto, anche se nel frattempo sono diventati papà, e forse pure nonni, bisnonni e trisavoli!
Infine c'è lei: “Maria Star” come la chiama amorevolmente Luciana Littizzetto. Un “ministro per caso”, che ha avuto l'ingrato compito di mettere la faccia e la firma a riforme che in realtà nascondono solo dei tagli mostruosi, ingiusti ed ingiustificati. A tutto vantaggio delle scuole dei preti.
Insomma, forse nello spettacolo di Guzzanti e Mazzocca non c'è nemmeno tutta 'sta satira. Epurata dalle luci, dai travestimenti, dalle caratterizzazioni grottesche, emerge una puntuale ed attenta analisi socio-politica della nostra società. E lì che sta la bravura dei tre: senza battute d'ottimo livello la gente uscirebbe dal teatro distrutta e probabilmente cercherebbe il modo più veloce (ed economico! C'è crisi...) per togliersi la vita!
Poi c'è Di Pietro, ma il povero Tonino sta fuori dal trittico “Tremonti-Gelmini-Bertinotti” e si ritaglia uno spazio angusto di nemmeno un paio di minuti. Sulle prime ci si rimane male, perché la caratterizzazione è formidabile e nonostante la pancia faccia male per le risate, si ha la sensazione di non averne abbastanza, ma poi si capisce che anche quella non è una scelta fatta a caso. No, Di Pietro, nell'economia dello spettacolo, ha lo stesso posto che gli riserva la politica italiana. Lo sgabuzzino.
Ma ora parliamo un po' dell'Ariston di Sanremo. Come ha reagito la bianca Imperia allo spettacolo di Guzzanti? Se avete letto quanto ho scritto fin'ora, avrete capito che non è stato affatto uno spettacolo “contro Berlusconi”: ce n'è stato per tutti e i temi toccati hanno esulato anche dal discorso politico, ma qui in provincia Guzzanti è visto come un comunista, come un riottoso, un sovversivo.
Non a caso il teatro non era pieno. Non a caso la platea non ha saputo sempre capire le sue battute. Non a caso è stata anche avara di applausi, nonostante la forma del trio fosse eccellente. Diversi applausi sono stati “chiamati” dall'attore stesso, che si fermava aspettando la risposta divertita all'ultima cosa detta con faccia un po' interrogativa, alcuni hanno persino avuto la mia paternità, perché altrimenti non sarebbero nemmeno mai nati.
Una platea un po' strana, quella dell'Ariston. Sono entrato con grande anticipo proprio per sedermi subito e per vedere bene chi sarebbe entrato (oltre che per il fatto che fuori si gelava...).
Mi aspettavo facce note, facce sinistroidi. Facce simpatiche. Mi aspettavo qualche vecchia conoscenza, insomma. Non a caso fuori dal teatro mi sono imbattuto in un compagno di liceo che ricordavo di sinistra. Ho detto: “Ecco: lui non poteva mancare” e infatti ha proprio mancato l'Ariston in pieno, passando oltre e non fermandosi.
Ma allora, se non c'erano i quattro gatti che a Imperia votano sinistra, chi c'era a veder Guzzanti? I volti più improbabili: due miei conoscenti che so per certo essere di destra, e che infatti hanno applaudito solo durante le caricature di Bertinotti e di Di Pietro, l'assessore del mio paese appartenente ad una giunta non certo vicina al centro sinistra e tanti, tantissimi vecchi.
Vecchi a perdita d'occhio. Quella vicino a me avrà avuto centosedici anni a darle poco. Perdeva pure capelli e aveva il corpo gonfiato dal cortisone. Non sapeva neppure perché si trovasse lì. Sorretta da quelle che presumo fossero le sue due figlie, ha persino avuto la malsana idea di andare al bagno durante l'intervallo, impiegando un'ora e mezza per uscire dalla fila e, soprattutto, tornando quando le luci erano già spente. Ho seriamente temuto per la mia incolumità, perché, data la mole della vecchia, se avesse perso l'equilibrio a quest'ora non sarei stato certo qui a scrivere queste righe.
In più non m'ha fatto nemmeno godere in pace lo spettacolo. Intendiamoci, povera vecchia. E' stata buonissima, silenziosa, attenta. Troppo silenziosa, troppo attenta! Io fremevo per lei. Dato lo sguardo vitreo e l'estrema immobilità, ogni tanto la controllavo per vedere se era ancora tra noi o fosse già dipartita. Avrei anche voluto tastarle il polso, per sincerarmene, ma poi ecco che se fosse stata in sé mi denunciava per stalking...
Comunque, nel caso vi interessasse, la cariatide era viva. Viva, vegeta e pure maligna, perché ha avuto la brillante idea di andarsene a casa a dieci minuti dalla fine dello spettacolo.
Ma, dico io: è mezzanotte. Sai che a breve finirà, stai fino a mezzanotte e dieci! Cosa ti cambia!? No, come se fosse stata la zucca di Cenerentola, quella, scoccata l'ora, s'è rizzata in piedi e ha preteso il passaggio. Ecco di nuovo tutta la fila in piedi, ormai attrezzata in tuta e scarpette da ginnastica, perché grazie a lei e ai suoi continui andirivieni quello, più che uno spettacolo, è stata una sessione di palestra...
Da segnalare anche tutti gli altri ottuagenari stravacati sulle poltroncine rosse: non ridevano, non applaudivano e come lo spettacolo è finito sono balzati in piedi per tornarsene subito a casa, dimostrando una ignoranza senza pari perché gli attori non solo non erano nemmeno ricomparsi sul palco dopo la consueta chiusura del sipario, ma non se ne erano neppure ancora andati!
Corrado, Caterina e Marco: non so se e quanto Imperia vi abbia capiti, ma io vi ringrazio sinceramente. Era da parecchio che non ridevo così di gusto!